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mercoledì 24 gennaio 2024

Marzo e il pastorello

 


 





Sappiamo tutti quanto marzo sia un mese dispettoso e pazzerello e quanto si diverta a prendere in giro l’umanità cambiando improvvisamente umore e illudendola, prima con un cielo turchese e abbagliante di sole e, poco dopo, soffiando nembi minacciosi e rovesciando pioggia sui passanti creduloni e privi di ombrello.

Così nasce la leggenda di marzo e del motivo per cui ora abbia trentuno giorni mentre all’inizio ne aveva trenta.

Una mattina di primavera marzo si aggirava per le strade alla ricerca di qualche malcapitato da prendere in giro e il caso volle che incontrasse un pastorello alla guida del suo gregge di pecore.

«Buongiorno, amico mio. Dimmi, un po’ in quale pascolo hai intenzione di portare i tuoi animali?»

Il giovane pastorello soppesò con uno sguardo critico lo sconosciuto che lo chiamava amico senza averlo mai visto, ma decise di rispondere lo stesso: «Promette di essere una bella giornata, così oggi porto le mie pecore sul monte.»

«Fai molto bene, perché il cielo è sereno e il sole già caldo. Ti auguro una gran bella passeggiata.» Marzo lo salutò, tentando di nascondere il sorriso sornione salito alle sue labbra. Ma il suo tentativo non riuscì del tutto: al pastorello non sfuggì il tono mellifluo e lo strano sorrisetto, che lo insospettirono. Il dubbio che marzo volesse fargli uno scherzetto lo convinsero a cambiare itinerario e, invece che verso il monte, il pastorello si diresse ai pascoli della vallata.

Quella sera marzo fece in modo d’incontrarlo di nuovo e volle sapere com’era andata la sua giornata.

«Bene» rispose il giovane con un gran sorriso: «Sono stato a valle e la giornata era splendida!»

Il volto del dispettoso si oscurò: «Ma come…mi avevi detto che andavi sul monte!» protestò con tono alterato.

Il pastorello fece spallucce: «Ho solo cambiato idea. Al monte ci andrò un’altra volta. Oggi mi sono divertito talmente, che domani tornerò a valle» rispose, domandandosi però perché l’altro se la prendesse tanto.

Marzo ingoiò la rabbia e nascose il suo disappunto: «Oh, bene! Mi fa proprio piacere!» commentò fingendo noncuranza, ma il pastorello percepì una nota stonata e ancora una volta ne indovinò le cattive intenzioni.  L’indomani si diresse a monte, mentre marzo impazzò con furia sulla valle con un diluvio di acqua e vento. «Così impari a mentirmi!» pensò tra sé credendo che il pastorello fosse presente.

Quella sera si incontrarono di nuovo e marzo si aspettava di ritrovare il pastorello stanco e amareggiato per la cattiva giornata, ma non gli parve particolarmente provato e volle indagare.

«Allora, com’è andata? Ti sei divertito oggi a valle?»

«Benissimo! Anche oggi è stata una giornata straordinaria! Il tempo era un incanto a monte.»

«Sei stato al pascolo montano? Ma…mi avevi detto a valle! Mi hai mentito di nuovo!» lo accusò sbraitando marzo.

Il pastorello si tolse il cappellaccio, si grattò la testa e abbozzò un sorriso confuso: «Ehm…sai io sono proprio volubile come il tempo in questa stagione e, da un momento all’altro, cambio spesso idea.»

Sentendosi deriso marzo se ne andò furioso senza nemmeno salutare e rimuginando tra sé quanto fosse difficile fare un dispetto a quel giovane impertinente.

I giorni passarono e si arrivò a fine mese. Ben presto marzo avrebbe dovuto lasciare il passo al mese successivo, ma non smise mai di fantasticare sul modo migliore di infastidire il pastorello. Ma come fare? Quel monello non era affatto stupido e nemmeno credulone! All’improvviso, venne folgorato da un’idea: si sarebbe recato da aprile e gli avrebbe chiesto in prestito un giorno che, per la verità, non avrebbe mai restituito. Naturalmente aprile non doveva saperlo!

Aprile, che era d’indole molto gentile e disponibile concesse il favore al fratellino raccomandandogli però di non eccedere con i suoi cambi improvvisi di umore.

Determinato a portare a termine il suo scherzetto marzo accettò le condizioni, salvo poi fare a modo suo. Chi mai avrebbe potuto impedirglielo?

La mattina seguente incrociò ancora la strada del pastorello che, interdetto, gli domandò: «Sei ancora qui? Ma non avresti dovuto terminare ieri il tuo turno?»

Marzo fece spallucce: «Ho deciso di restare un giorno in più ma tu, dimmi: «Dove hai intenzione di recarti oggi?»

Il pastorello, convinto di poter ingannare ancora quel mese truffaldino rispose candidamente: «Oggi andremo a valle!»

«Bene! Ancora una volta ti auguro una buona giornata!»

Naturalmente, il pastorello si diresse a monte e questa volta sopraggiunse il maltempo. Vento, fulmini e grandine si scatenarono su lui e sul gregge e il giovane fu costretto a cercare con urgenza un riparo, quindi, imprecò contro se stesso, la sua dabbenaggine e l’astuzia dimostrata da marzo, che lui aveva sottovalutato.

La leggenda dei trentun giorni di marzo termina così con un soffio impetuoso di vento accompagnato da un lampo e da un tuono sonoro.

Ricerca effettuata sul web 

immagini dal web 

giovedì 4 gennaio 2024

La vera storia della Befana

 








In un villaggio, non molto distante da Betlemme, viveva una giovane donna che si chiamava Befana. Non era brutta, anzi, era molto bella e aveva parecchi pretendenti, però aveva un pessimo caratteraccio. Befana era sempre pronta a criticare e a parlare male del prossimo e, per questo motivo, si era creata molte inimicizie. La giovane non si era mai sposata, o perché non le andava bene l’uomo che di volta in volta le faceva la proposta, o perché lo stesso pretendente, avendo avuto modo di conoscerla meglio, si pentiva di averla fatta e abbandonava l'idea del matrimonio con la bisbetica.

Befana era anche egoista e fin da piccola non aveva mai nemmeno pensato di prestare il suo aiuto ai bisognosi. Essendo anche ossessionata dalla pulizia brandiva sempre una scopa, e la usava come fosse un'arma, ma così rapidamente, che sembrava ci volasse sopra. Man mano che passavano gli anni, a causa della totale solitudine a cui lei stessa si era condannata, diventava sempre più acida e cattiva, tanto che in paese avevano iniziato a soprannominarla “la strega”. Befana si arrabbiava moltissimo e inveiva contro le persone con un sacco di parolacce. Nessuno in paese ricordava di averla mai vista sorridere. 

                                            

Quando non puliva la casa con la sua scopa di paglia, si sedeva e lavorava a maglia creando calze. Ne faceva a centinaia e non per donarle a qualcuno, naturalmente! Essendo egoista, le ideava per se stessa, per calmare i nervi e passare un po’ di tempo, considerato che nessuno del villaggio andava a farle visita. D'altronde nemmeno Befana sarebbe mai andata a trovare qualcuno! L'arcigna donna era anche troppo orgogliosa per ammettere di avere bisogno di compagnia ed anche di un po’ di amore. Tra l'altro era anche diffidente e non si sarebbe mai fidata di nessuno al mondo.  Così passarono gli anni e la nostra Befana, a forza di essere cattiva, divenne anche brutta e sempre più odiata dalle persone e più lei si sentiva disprezzata e più peggiorava.

Befana aveva da poco compiuto settant’anni, quando una carovana giunse nel paese dove abitava. La carovana era grande e composta da tanti cammelli e tante persone, molte più di quante ce ne fossero nell’intero villaggio. Befana si nascose, rimanendo a osservare il viavai dei nuovi arrivati e tra loro notò subito tre uomini vestiti sontuosamente. Ascoltando i commenti degli abitanti venne a sapere che erano dei re. Re Magi, li chiamavano. Seppe anche che giungevano dal lontano oriente, e si erano accampati nel villaggio per far riposare i cammelli e passare la notte prima di riprendere il viaggio verso Betlemme. Era la sera prima del sei gennaio. Borbottando e brontolando come al solito sulla stupidità della gente, che viaggia in mezzo al deserto e disturba invece di starsene nel luogo di origine. Befana ritornò a casa a fare la calza quando sentì bussare alla porta. "Chi mai poteva essere?" si domandò con un brivido di emozione lungo la schiena. Era la prima volta in assoluto! Nessuno aveva mai bussato alla sua porta. Spinta dalla curiosità andò ad aprire e, meraviglia, si trovò davanti uno di quei re. Il nobile signore era molto bello e le fece un gran sorriso, mentre diceva: “Buonasera signora, posso entrare?”. Befana, rimasta basita dalla sconcertante situazione e, non riuscendo a ragionare con calma, belbettò: “Prego, si accomodi”.

Il re le domandò gentilmente di poter dormire in casa sua per quella notte e Befana non ebbe la forza di negargli l'ospitalità. Quell’uomo era così educato e gentile, che lei si dimenticò per un attimo del suo caratteraccio, e si offrì, persino, di preparargli qualcosa da mangiare. A tavola il re gli spiegò il motivo per cui, con gli altri due Magi si erano messi in viaggio. Il loro scopo era trovare il Santo Bambino che avrebbe salvato il mondo intero dall’egoismo, dalla malvagità e dalla distruzione totale. Lo avrebbero adorato portandogli in dono l'oro, l'incenso e la mirra. “Vuol venire anche lei con noi?”.le domandò il re.  “Io?!” rispose Befana. “No, no, non posso”. In realtà poteva ma non voleva. Befana non si era mai allontanata da casa.

Tuttavia, era contenta che il re glielo avesse chiesto. “Vuole che portiamo al Salvatore un dono anche da parte sua?”. 

Questa poi…! Lei regalare qualcosa a qualcuno, per di più uno sconosciuto! Però la domanda la indusse a riflettere e non volendo fare brutte figure con quel nobile signore acconsentì.  Durante la notte mise una delle sue calze, una sola, dove dormiva il re magio, con un biglietto: “per Gesù”. La mattina, all’alba, finse di essere ancora addormentata e aspettò che il re uscisse per riprendere il suo viaggio. 

                               

Passarono trent’anni. Befana ne aveva appena compiuti cento. Era sempre sola, ma non più cattiva. Quella visita inaspettata, la sera prima del sei gennaio, l’aveva profondamente cambiata. Nel frattempo, anche la gente del villaggio, aveva notato i miglioramenti e aveva cominciato a bussare alla sua porta. All'inizio, solo per sapere cosa le avesse detto il re, poi e pian piano, per aiutarla a cucinare e a pulire casa, considerato che Befana aveva un tale mal di schiena che le impediva di muoversi agevolmente. In cambio Befana iniziò a regalare a ciascuno una calza. I visitatori apprezzavano perchè le sue creazioni erano belle ed erano calde. Befana aveva cominciato anche a sorridere quando ne regalava una, e perciò non era più così brutta, ma era diventata perfino simpatica.

Nel frattempo, dalla Galilea giungevano notizie di un certo Gesù di Nazareth, nato a Betlemme trent’anni prima, che compiva ogni genere di miracoli. Dicevano che era lui il Messia, il Salvatore. Befana capì che si trattava di quel bambino che lei non ebbe il coraggio di andare a trovare.



Ogni notte, al ricordo di quella notte, il suo cuore piangeva di vergogna per il misero dono che aveva fatto portare a Gesù dal re magio: una calza vuota… una calza sola, neanche un paio! Piangeva di rimorso e di pentimento, ma questo pianto la rendeva sempre più amabile e buona.

Poi giunse la notizia che Gesù era stato ucciso e che era risorto dopo tre giorni. Befana aveva allora 103 anni. Pregava e piangeva tutte le notti, chiedendo perdono a Gesù. Desiderava più di ogni altra cosa rimediare in qualche modo al suo egoismo e alla sua cattiveria di un tempo. Desiderava tanto un’altra possibilità, ma si rendeva conto che ormai era troppo tardi.

Una notte Gesù risorto le apparve in sogno e le disse: “Coraggio Befana! Io ti perdono. Ti darò vita e salute ancora per molti anni. Il regalo che tu non sei venuta a portarmi quando ero bambino ora lo porterai a tutti i bambini da parte mia. Volerai da ogni capo all’altro della terra sulla tua scopa di paglia e porterai una calza piena di caramelle e di regali a ogni bambino che a Natale avrà fatto il presepio e che, il sei gennaio, avrà messo i re magi nel presepio. Ma mi raccomando! Che il bambino sia stato anche buono, non egoista… altrimenti gli metterai del carbone dentro la calza sperando che l’anno dopo si comporti da bambino generoso”.

E la Befana fece così e così ancora sta facendo per obbedire a Gesù.

Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, fa le calze per i bambini… ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni.

È talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare.

Favola di don Gianpaolo Perugini


martedì 2 gennaio 2024

Fiocca la neve

 







Lemme fiocca  e tutto imbianca,

gaio paesaggio che or  spalanca.



Danza in aria di eterei fiocchi

 fluttuar lieve ed è gioia per occhi.


Volteggio intorno di bianche farfalle

in un girotondo dai monti a valle.


Crea ad arte il gelo tra i rami

scolpisce, intreccia e appende ricami.



Filatsrocca di Vivì Coppola

immagini dal web

La nuvola, il vento e l'aquilone

Là in riva al mare corre un bimbo contento tanto veloce perché sospinto dal vento con lo sguardo sempre rivolto all’insù seguendo lievi a...