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lunedì 30 dicembre 2019

La tessitrice d'oro




La tessitrice d'oro

 

Questa è la storia di Lalla, un ragnetto neonato, che da piccola fu costretto ad abbandonare la nidiata numerosa e agguerrita in cui era nata.

Sin dalla tenera età Lalla aveva mostrato un carattere timido e buono. Se ne stava per delle ore accucciata nel nido in attesa della mamma e nessuno dei suoi fratelli si accorgeva della sua presenza, se non all'ora dei pasti.

In quella tana erano tutti sempre affamati e Lalla, costretta dagli altri a rimanere indietro, era sempre l’ultima a mangiare. A volte accadeva anche che le strappassero il cibo dalla bocca, di conseguenza, non riuscendo a nutrirsi in modo adeguato, cresceva lentamente rimanendo la più minuta.

Un giorno Lalla intercettò degli sguardi inquietanti da parte di alcuni fratelli, che le misero i brividi addosso. La piccola corse a cercare riparo sotto il corpo peloso della mamma, che rendendosi conto di che pericolo corresse la figlioletta, si trovò costretta a prendere una decisione straziante.

Per evitarle di finire in pasto ai suoi fratelli, la mamma iniziò a spingerla con decisione verso il limite estremo del nido.

Il ragnetto urlò e si dimenò per non cadere, ma fu tutto inutile e, in pochi secondi si trovò fuori dalla tana.

Lalla passò ore a lanciare richiami e a lamentarsi. La caduta dal nido era stata un trauma, ma lo fu ancora di più il respingimento e l’abbandono della madre. Esausta per il gran pianto, alla fine si rassegnò, disse addio per sempre alla sua famiglia e si allontanò con aria triste, consapevole che, da quel momento in poi, avrebbe dovuto badare da sola ai pericoli del mondo.

Il ragnetto vagabondò per giorni patendo la fame e il freddo e finì per smarrirsi in un bosco. Stanca e avvilita si fermò sotto il ramo di un albero e iniziò a piangere sconsolata.

I suoi lamenti accorati giunsero fino a una coccinella, che s’incuriosì e riconoscendolo come il pianto di un cucciolo scese dal ramo su cui si era posata, per controllare.

Nelly, seppure fosse adulta, era esattamente la metà della piccola vedova nera.

Percependo il pericolo, le venne istintivo aprire le ali per fuggire lontano ma, in quel momento, il pianto della piccola divenne ancora più straziante e Nelly esitò.

Per qualche istante osservò il ragnetto, quindi le si avvicinò con estrema cautela, pronta però a fuggire al minimo movimento sospetto: «Cosa ti è successo piccola? Perché piangi così?»

Lalla, sgranò gli occhi! Non aveva mai visto una coccinella e quella che aveva davanti le parve bellissima con tutti quei puntini neri sul dorso rosso. Passata la sorpresa, però, riprese a piangere e tra un singhiozzo e l'altro riuscì a rispondere: «La mia mamma mi ha cacciato via dal nido, ma non ne capisco il motivo, anche perché io sono buona e non ho mai fatto capricci.»

Nelly intuì le ragioni che avevano spinto mamma ragno a prendere quella decisione e tentò di spiegarlo a Lalla: «Sono sicura che la tua mamma ti ha cacciato per salvarti la vita. Per qualche grave motivo avrà ritenuto che tu non potessi più rimanere nel nido.»

 Il ragnetto la guardò con aria stupita, ma poi la disperazione prevalse ancora una volta e riprese a piangere.

Nelly si sentì stringere il cuore per la pena e, se non fosse stato per la mole diversa, avrebbe stretto a sé quella creatura neonata. Decise che per quella sera Lalla sarebbe rimasta con lei e l'indomani avrebbe riunito d’urgenza il Grande consiglio degli Insetti e, tutti insieme, avrebbero deciso il da farsi.

Il giorno dopo, nel bosco, sedevano tutti i capi delle tribù degli insetti che avevano stipulato un patto di fratellanza, con l'obbligo di aiutarsi reciprocamente in caso di bisogno.

Erano presenti la regina delle api, quella delle vespe, il capo dei coleotteri, il re degli scarabei, il capo delle coccinelle, la regina delle formiche volanti e molti altri per decidere della sorte del ragnetto.

Ebbe inizio una lunga discussione. C'era chi si rifiutava di accettarla nel gruppo opponendo il fatto che, se fosse stato nutrito a dovere, sarebbe cresciuto ancora costituendo un potenziale pericolo per tutti loro.

La riunione divenne accesa e durò per ore. Alla fine, fu il capo delle coccinelle, presidente di turno, a suggerire una soluzione saggia, che non solo avrebbe accontentato tutti, ma avrebbe salvaguardato l’incolumità del ragnetto.

Il presidente si alzò e con cipiglio autoritario disse: «Amici! Sappiamo tutti benissimo che questo piccolo ragnetto, ora dall'aspetto così indifeso, un giorno diventerà un ragno enorme, molto pericoloso per noi. Nonostante questo, ritengo che la vita sia sacra per tutti gli esseri viventi e per questo motivo propongo di adottare Lalla e di accudirla fino a che la convivenza sia possibile.  Suggerisco quindi, che ognuno di noi, a turno, pensi al benessere della piccola. A votazione conclusa propongo inoltre, che venga nominata come balia, Nelly. Ora voteremo tutti, e la maggioranza vincerà.»

Poco dopo iniziarono le votazioni, e alla fine per pochissimi voti a favore, la vita di Lalla fu affidata alla comunità.

Il ragnetto saltellava per la felicità! Aveva trovato una nuova famiglia molto varia e sicuramente affettuosa.

Il suo buon carattere conquistò ben presto l’intera collettività. Ognuno si prodigava per farla divertire e insegnarle a vivere e Lalla aveva ogni giorno occasione di conoscere creature dalle caratteristiche differenti. Conobbe la comunità dei grilli, delle cicale, delle libellule, delle farfalle.

Le libellule la portavano a spasso sul dorso e lei spalancava gli occhi incredula alla vista del mondo dall'alto. I grilli, per farla divertire, la facevano saltellare sul loro dorso in mezzo ai prati. Le api e le farfalle le insegnarono a riconoscere i fiori dal loro profumo e dai loro colori.

Quando alla sera la riaccompagnavano da Nelly, Lalla si addormentava esausta cullata dalla voce della mamma adottiva che le raccontava fiabe di principesse e fate.

Purtroppo, anche quel breve periodo terminò.  

Lalla crebbe in fretta e la sua mole raddoppiò, sotto gli occhi attenti dei più timorosi tra gli insetti, che non avevano mai smesso di spiarla e studiarne i progressi.

Il suo aspetto aveva assunto un che di minaccioso e di inquietante e, com'era stato deciso tempo prima dal consiglio, le venne chiesto di lasciare la comunità.

Lalla si sentì morire una seconda volta e Nelly, che l'aveva amata come una figlia, si disperò mentre l'accompagnava al limite della radura.

Anche questa volta, la piccola si domandò per quale motivo venisse cacciata via. Si era dimostrata buona e tranquilla, amica di tutti gli insetti e non aveva mai fatto del male a nessuno. E allora perché? Era forse per il suo aspetto?

Fu quel momento che iniziò a odiare il suo brutto corpo nero, grosso e peloso, secondo lei causa di tutti i suoi guai.

Nelly percepì tutto il dolore della figlia adottiva e le disse: «Figliola, ognuno di noi nasce con uno scopo ben preciso nella vita. Cerca di accettarti per quello che sei, ma soprattutto rimani buona, così come sei sempre stata.»

Lalla proruppe in lacrime, senza riuscire a rispondere e Nelly, che avrebbe voluto abbracciarla, per via delle notevoli differenze fisiche, non ci riuscì. Allora, con un nodo alla gola le disse: «Tesoro mio, continua per questa strada finché non troverai un laghetto. Lì ti fermerai e lancerai un richiamo. Vedrai, ci sarà qualcuno che verrà da te.»

Nelly venne travolta dall’emozione e per nascondere il pianto volò via, mentre, Lalla si rannicchiò su se stessa, affranta.

Solo quando si fu un po' calmata, s'incamminò, come le aveva suggerito la coccinella, verso il laghetto e, una volta giunta sul posto lanciò il suo richiamo. Sul momento non ottenne risposta e, ormai sfinita, si addormentò.

Nel sogno le parve di sentire una voce che le sussurrava: «Il tempo delle lacrime è finito, piccola Lalla. Ora arriva il tempo magico per te. Sei una tessitrice per natura e le tele che intreccerai saranno tessute con preziosissimi fili d'oro, e ognuno sarà un piccolo capolavoro. Un giorno diverrai la tessitrice personale di Leonora, principessa di questo reame e il tuo compito sarà di adornare tutto il suo corredo da sposa. Ora dormi pure tranquilla, piccola. Serba pure il ricordo di Nelly nel tuo cuore, ma la tua vera vita inizierà al tuo risveglio.»

Quando Lalla si destò, ricordò il sogno e presa da una smania incontenibile, salì sull'albero più vicino e tra ramo e ramo cominciò a tessere. I primi tentativi furono incerti e maldestri, i fili non ne volevano sapere di rimanere assemblati ma, una volta acquisita un po’ di pratica, si fermò ad ammirare il lavoro.

La sua tela non aveva l'aspetto vischioso tipico delle tele di ragno, ma sembrava un centrino di pizzi arabescati. Una soffice e serica bellezza, da ammirare e da toccare. Il sole e poi la luna filtravano tra i fili incrociati, che splendevano come tante stelline. Lalla rimase a bocca aperta, stupita lei stessa da quella meraviglia.

Lo splendore delle sue tele attirò ben presto l’attenzione di tutti gli abitanti del bosco, che accorsero numerosi e senza mostrare timore nei suoi confronti.

Tutti le fecero complimenti e in molti le offrirono anche la loro amicizia.  

Nulla avrebbe potuto renderla più felice e Lalla prese a tessere instancabilmente, finché il bosco non si riempì dei suoi capolavori.

Accadde che un giorno, un cacciatore notasse le sue opere rimanendone incantato tanto, che ritornato al castello, lo fece presente alla bella principessa.

Leonora volle recarsi di persona a cercare la creatura che realizzava quei capolavori.

Non fu difficile trovare Lalla che intrecciava le sue tele e Leonora non si fece impressionare dall’aspetto inquietante della tessitrice.

Le due creature si studiarono per qualche lungo istante, e Leonora percepì nel ragno tanta bontà d'animo e bisogno d'affetto. Lalla, invece, rimase colpita dalla splendida figura della principessa.

Era la prima volta che incontrava un essere umano ma, per istinto, intuì di potersi fidare.

Diventarono così buone amiche. Leonora fece condurre Lalla nel parco che circondava il castello e da allora il corredo della principessa, diventò sontuoso, arricchendosi nel tempo di pizzi preziosissimi e rari. Lalla riuscì ad accettarsi finalmente per quello che era e rimase un ragno buono e gentile con tutti, finché anche lei incontrò il suo principe azzurro. Era un bel ragno che abitava nelle cantine reali e appena la vide rimase incantato dalla sua bellezza e dalla sua abilità nel tessere tele. Insieme misero su famiglia tante volte e vissero felici molti anni sfatando il mito che le femmine di quella specie si cibassero del compagno.

Lalla, memore di quello che aveva passato nel nido, insegnò ai suoi piccoli ad avere rispetto e ad amare sempre i fratelli e il prossimo.

 

 

 


Favola edita su " Le favole di Gigagiò" edita da Apollo edizioni




martedì 3 dicembre 2019

Alizaar e la slitta di Babbo Natale




Mancavano pochi giorni al Natale e il tempo era pessimo. Il vento soffiava gelido ululando la tempesta, come un branco di lupi alla luna, per le vie del paese.
Nell'aria c’era odore di neve e, i pochi viandanti, camminavano spediti, stringendosi nei cappotti e affondando i volti nelle sciarpe. Ognuno desiderava solo far ritorno in fretta nella propria casa per mettersi al calduccio davanti al focolare, comodamente seduti su una poltrona e sulla sedia a dondolo, con il proprio bimbo accoccolato tra le braccia per ninnarlo teneramente o leggere insieme un bel libro di favole.
Era una scena che si vedeva di frequente in tutte le case dove risuonavano le risate giocose dei bimbi, dove le decorazioni natalizie splendevano di luci e di colore, e le dispense erano colme di tante leccornie, pronte per essere consumate il giorno di Natale.
Purtroppo, non era così per la dimora gestita dalle Piccole Sorelle della carità.
In quel casolare grande e decrepito, non si vedevano luminarie dai colori sgargianti, anzi, la scarsa illuminazione era fornita da umilissime candele.  Non vi era   nemmeno    un ornamento che mettesse allegria né tanto meno un alberello da poter adornare per il Natale.
Le suore non riuscivano a offrire molto ai quindici piccoli ospiti, orfani o abbandonati dai loro genitori appena nati. Di sicuro indesiderati perché nati con qualche malformazione fisica.
Tra i piccoli erano presenti due non vedenti, tre sordomuti, tre down e due immobilizzati su una sedia a rotelle.
Gli altri orfanelli per fortuna stavano bene e aiutavano gli amichetti, che ormai consideravano sorelline e fratellini, nella vita di tutti i giorni.
Tutto sommato i bambini, non avendo conosciuto le gioie di una famiglia vera, si consideravano fortunati di vivere in quella casa con le suorine che li amavano.
Purtroppo, Alizaar, la fata dei bimbi, era angosciata da quella situazione. Il compito della fatina era quello di essere sempre pronta cogliere   i primi vagiti dei neonati in modo da poter lanciare nel cielo le sue lucciole magiche, le quali avrebbero dovuto trasformarsi in altrettanto stelline, una per ogni nuovo bimbo e brillare per sempre nel firmamento esclusivamente per lui o per lei.
Il giorno in cui erano nati i bambini poi finiti nell’ orfanotrofio, la fatina aveva lanciato invano le sue lucciole magiche nel cielo, e le lucciole a loro volta, avevano volteggiato per ore nella speranza di trasformarsi in stelline per quei bambini. Il destino dei piccoli orfani era segnato dalla sciagura e da una vita di stenti. Nessuna stella avrebbe brillato in cielo per loro e per questo Alizaar si disperava.
Per quanto le suore facessero del loro meglio, andando anche a bussare a tutte le porte del paese, elemosinando e affidandosi al buon cuore dei paesani e alla loro generosità, riuscivano a malapena a sfamare i piccoli, cosicché alla sera, dalla povera casa ingrigita dal tempo e dal gelo, si alzavano le preghiere delle piccole sorelle e le lacrime dei bimbi infreddoliti.
Quei pianti accorati giungevano alle orecchie di Alizaar e nel vedere quegli angioletti che soffrivano il freddo, in quelle camerate buie e gelide, le si stringeva il cuore.
Stanca e amareggiata la fatina decise di riunire il consiglio delle fate.
«Sono spiacente, Alizaar, ma devo ricordarti che la salute di quei bambini, ormai grandi, non è più una cosa che ti riguardi. Sai bene che il tuo compito è quello di raccogliere i vagiti dei neonati.» esordì con autorità fata Ginevra, la presidentessa del consiglio.
«Questo lo so!» rispose un po’ intimidita la fatina, ma cercò di farsi coraggio per il bene dei bimbi e continuò:
«Ciò nonostante credo sia compito di tutte noi occuparci della salute dei bambini più bisognosi e di quelli infelici.»
Fata Ginevra studiò l’espressione rammaricata della fatina e decise di lasciarla parlare.
«Ebbene, sottoponici la tua proposta e dopo averne discusso e valutata, la sottoporremo ai voti.»
«In realtà, non ho ancora alcuna idea. Pensavo che avreste potuto aiutarmi voi con i vostri suggerimenti.» rispose Alizaar imbarazzatissima.
«In questo modo ci metti in difficoltà. Un consiglio non ha senso se non si presentano delle proposte da valutare.» Il cipiglio della presidentessa si era fatto molto grave nel pronunciare quelle parole.
La fatina si sentì sprofondare dalla vergogna, le fate presenti presero a confabulare tra loro. In pochi attimi nella sala si levò un brusio concitato.
«Fate silenzio, vi prego, amiche mie! Parlate una alla volta.» ordinò la presidentessa.
Ristabilito il silenzio, ognuna delle fate ebbe modo di esporre le proprie idee.
Arrivò anche il turno di fata Farfallina, dalla corporatura e dalla voce talmente piccola e talmente esile, che le ci volle un po’ per farsi udire dalle compagne. Ma infine riuscì a spiegare le sue idee:
«Amiche mie, ognuna di noi è specializzata in qualche settore particolare e ognuna di noi può fare qualcosa di diverso per questi bambini. Porto ad esempio fata Lucilla. In quella casa non hanno nemmeno la possibilità di accendere una luce, ebbene, con la magia di Lucilla si potrebbe illuminare l’edificio in questo momento completamente al buio.»
La fatina fece una pausa, anche per rendersi conto di come veniva accolta la sua prima idea, quindi accortasi di avere l’attenzione totale di tutto l’auditorio, proseguì:
«Fata Silvestre, potrebbe rifornire di legna secca il camino di quella casa, per tenere i bambini al caldo e potrebbe inoltre regalare un bell’ abete in modo che anche i piccoli abbiano il loro albero di natale. Poi, fata Naturella potrebbe fare dono dei frutti e del bosco, nonché delle   arance, mandarini, mele rosse e gialle, in modo che, oltre che a nutrirsi, i piccoli possano decorare il loro albero.»
Alizaar si guardò attorno, le fate ascoltavano Farfallina con attenzione. “Bene si disse, chi ben comincia…” quindi rivolse uno sguardo pieno di ammirazione alla sua amica, che l’aveva già aiutata altre volte in passato e che in quel momento aveva ripreso a parlare con più convinzione:
«Fata Gioconda potrebbe mettere tanti bei doni ai piedi dell’albero e fata Natalina, invece, potrebbe aiutare a costruire un bellissimo presepe. Inoltre, tutte insieme, potremo fare una magia collettiva e riempire la loro dispensa di tante cose buone.»
«Bene!» disse fata Ginevra «Mi pare che siano tutti incantesimi di facile realizzazione.»
«Fata Ginevra, mi permetti di parlare? Avrei anche io un dono per quei bimbi!» esclamò una delle fate in fondo alla sala.
«Coraggio, parla pure fatina!» la incoraggiò la presidentessa.
«Sono la fata Merino! Con la mia magia posso riempire i loro guardaroba con cappotti e sciarpe caldissime, così come le coperte e tutti gli indumenti di cui hanno bisogno i bambini in questa stagione.»
«È davvero un dono importante, fatina. E ora, credo proprio che abbiamo pensato a tutto. Che ne dite?»
«Aspetta fata Ginevra! Mi è venuta una bellissima idea.» intervenne Alizaar che, per l’eccitazione, era scattata in piedi.
La presidentessa l’ammonì con tono pacato: «Calmati, ti prego! Non occorre che urli e che ti agiti in questo modo.»
«Chiedo scusa a tutte ma ho pensato che tutte insieme potremmo parlare con Babbo Natale.»
L’ affermazione della fatina provocò un altisonante brusio, tanto che fata Ginevra si trovò costretta a picchiare forte il martelletto sul suo tavolo, per cercare di far tornare il silenzio.
«Spiegaci cosa hai mente.»
«Vorrei domandare a Babbo Natale di portare con sé sulla slitta i bambini la notte di Natale. Per loro sarebbe un grande divertimento e nello stesso tempo potrebbero rendersi utili nel consegnare i doni a tutti gli altri bimbi. Che ne dite?»
«Potrebbe essere una buona idea!» era la voce severa di fata Arcana, che come al solito aveva trovato un   pretesto per contestare. «Se non fosse che tra di loro ci sono anche bambini non vedenti, quelli che non sentono e quelli che non si possono muovere. Hai pensato a come fare con loro Alizaar?»
«Certo, è un problema, ma credo si possa risolvere. Ascoltatemi bene, fatine! Uniamo le nostre energie positive e i nostri desideri su quei bambini, desiderando per loro la salute e il benessere e sono sicura che la notte di Natale, su quella slitta speciale, risuoneranno le grida di gioia. E Babbo Natale, nel vedere i bambini guariti, sarà ancora più felice.»
Alizaar aveva fatto tutto il discorso senza quasi prendere fiato e, quando infine concluse, i suoi occhi brillavano tanto dall'entusiasmo che le altre fate sorrisero nel guardarla.
Si alzò nuovamente un brusio e questa volta fata Ginevra lasciò fare. Ma il suo sguardo preoccupato   si posò sulla fatina ancora infervorata dal discorso appena fatto. Eppure, lei che era la più anziana   delle fate, non se la sentiva di rimproverarla, anche sentiva suo dovere di metterla perlomeno in guardia dalle facili illusioni. E quella di credere che i bimbi potessero guarire da malattie e menomazioni così gravi, era veramente una pia illusione.
Decise di sciogliere la seduta e quindi avrebbe cercato di convincere Alizaar che stava sbagliando.
«Silenzio amiche mie, vi prego! Ebbene, noto con piacere che l’idea di Alizaar di parlare con Babbo Natale, piace alla maggior parte di noi. Quindi v’ invito a votare. Alzino le mani tutte le fate che sono favorevoli alla proposta.»
Le mani di tutte le fate si alzarono all’ unisono e addirittura le fatine più entusiaste le alzarono tutte e due.
Ma dopo che si fu sciolta la seduta, fata Ginevra trattenne Alizaar e le parlò sinceramente:
«Alizaar, mia cara e dolce fatina. Posso capire il tuo desiderio di vedere quei bimbi giocare, correre e ridere come tutti. Ma non posso permettere che tu ci metta su il cuore e che poi rimanga delusa. Devi capire che le loro malattie e le loro malformazioni sono troppo gravi per sperare che un semplice incantesimo li faccia guarire.»
Ad Alizaar vennero i lucciconi agli occhi e quasi scoppiò in lacrime mentre diceva:
«Ma quei bambini…» Non riuscì a finire la frase, i singhiozzi le ruppero la voce.
«Fatina, hai fatto tutto quello che potevi per loro. Dimentica questa storia, per il tuo bene e quello di quei bambini.» le disse la presidentessa, commossa dalle sue lacrime.
«Va bene, fata Ginevra, farò come mi ordini! Ma non puoi obbligarmi a non desiderare che possano condurre una vita normale.»
«No, questo non posso impedirtelo!»
«Io continuerò a sognare per loro tutto il bene di questo mondo!» esclamò la fatina tra le lacrime.
«Certo, e io con te! Ora vai e mettiti il cuore in pace, Alizaar!»
La fatina si accomiatò molto triste, ma in seguito fu talmente presa dai preparativi con le altre, che il colloquio avuto con fata Ginevra   finì per dimenticarlo.
Quella sera stessa nella povera casa si accesero tutte le luci, e fata Lucilla si superò facendo le cose per bene. Oltre che le luci dei lampadari, accese   un sacco di luminarie, adornando anche le porte e le finestre della casa. I bambini furono molto felici per le illuminazioni intermittenti e colorate, ma lo furono ancor di più quando fata Silvestre mandò un grande abete pronto per essere addobbato.
I piccoli orfani si divertirono un mondo a decorarlo con mandarini, arance, bacche e mele di tutti i colori. La fata mandò anche bellissime ninfee da appendere all’ albero. Insomma, quando fu finito, i bambini possedevano il più bell’ albero di Natale mai visto in paese.
Naturalmente, il colmo della felicità fu preparare tutti insieme il presepe con le statuine intagliate nel legno da fata Natalina, e le casette di sughero, la fontana, la cascata con l’acqua, il muschio e la paglia vera nella capanna. Uno spettacolo di presepe.
Difficile capire quale fu il momento più bello in assoluto per i bambini durante tutti i preparativi, poiché fu anche una gioia immensa per loro quando fata Donata fece recapitare un sacco pieno di pacchetti coloratissimi da mettere ai piedi dell’albero a formare una piccola montagna sfavillante di colori. Oppure, quando le suorine andarono ad aprire le porte della dispensa e la trovarono piena zeppa di cose buone da mangiare. O ancora, quando tutti quanti si trovarono davanti al grande camino scoppiettante di legna, ben coperti dagli abiti di lana mandati dalla fata Merino e con un bel libro di fiabe inviato da fata Gigagiò.
Quello, per i bambini dell’orfanotrofio fu davvero un Natale indimenticabile. Ma a coronazione di quella bellissima festa, venne la sera della vigilia e i bambini sentendo suonare alla porta accorsero a curiosare.
E non vi dico i loro sguardi meravigliati quando si accorsero che nel giardino c’era la slitta, le renne e Babbo Natale in persona. Sul momento i piccoli pensarono a uno scherzo, ma Babbo Natale stava sorridendo e agitava in modo deciso il suo campanellino che spandeva nell’ aria un suono argentino.
Naturalmente non c’era posto per tutti, così Babbo Natale sistemò i più grandicelli a cavalluccio sulle renne, assicurandosi che fossero ben legati.
Poi salì lui stesso e iniziò a chiamare a una a una le sue renne:
«Cometa, Ballerina, Fulmine, Donnola, Freccia, Saltarello, Donato, Cupido. Abbiamo ospiti di riguardo a bordo. Mi raccomando! Che il vostro galoppo sia dolce e armonioso come non mai, amiche mie! Andiamo, ayooo! Ayoooo!»
«Ayoooo!» gridarono a squarciagola i bambini che potevano farlo.
Le renne s’ impennarono dolcemente e con grazia balzarono in cielo.
Dopo i primi attimi di comprensibile timore, i bambini si entusiasmarono nel volo. La slitta si librava delicatamente portando il suo prezioso carico e le renne ogni tanto si giravano a guardare i loro piccoli cavalieri per assicurarsi che stessero bene.
Dopo pochi minuti, il prodigioso convoglio era già arrivato nel firmamento. I bambini tacevano strabiliati, da lontano la terra sembrava una palla appesa nel vuoto, circondata dalla luna, ma soprattutto da una miriade di stelle che occhieggiavano baluginando ai bambini.
E fu allora che successe una cosa che aveva dell’incredibile. Babbo Natale stesso con le sue renne, rimase fermo immobile come interdetto dall’ evento. Un gruppetto di quindici stelline si staccò dalla volta stellata e si diresse verso la slitta.
I bambini s’ immobilizzarono tra lo stupito e l’intimidito, stringendosi gli uni agli altri.
Ma le stelline non esitarono e ognuna si posizionò su di una testolina.
Tutta la slitta venne coperta da polvere di stelle e venne poi avvolta in un globo di luce scomparendo alla vista.
Quando poi la luce si dissolse, i piccoli si guardarono stupiti tra loro: i bimbi non vedenti, guardavano con occhi sgranati tutto ciò che prima non gli era concesso vedere, quelli    immobilizzati fino a poco prima, ora saltavano gioiosamente sulle loro gambette, mentre   quelli sordomuti parlavano e ridevano con gli altri e i bambini   down avevano perso tutte le caratteristiche della sindrome.
Quella notte di Natale, sulla slitta più famosa al mondo si era verificato uno degli eventi più straordinari mai accaduti prima nel paese di Gigagiò, e anche nel mondo.
E tutto ciò era stato possibile per l’amore che una piccola fata di nome Alizaar portava racchiuso nel suo cuore per tutti i bambini del mondo.



C'era una volta

  C'era una volta ma ormai non c'è più un allegro trenino che faceva ciuf ciuf in stazione arrivava in una nube di vapore ...