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sabato 18 settembre 2021

C'era una volta

 






C'era una volta ma ormai non c'è più

un allegro trenino che faceva ciuf ciuf

in stazione arrivava in una nube di vapore

sferragliando sulle ruote con tanto rumore.

 

C'era una volta un piccolo carillon

che emetteva melodioso il din din don

vi danzava sulle punte agile e carina

nel suo candido tutù una bella ballerina.

 

C'era una volta un vecchio aeroplano

che sapeva volare ma che si alzava piano

e se anche raggiungeva le nuvole lassù

doveva poi affrettarsi a tornare giù.

 

C'era una volta un maestoso veliero

che per tanti mari navigava fiero

ma solo se il vento le vele gonfiava

e se c'era bonaccia sull’onde dondolava.

 

C'era una volta davanti al camino

una sedia a dondolo con sopra un nonnino

con in braccio il nipotino lui si dondolava

e una filastrocca a memoria gli insegnava.






Filastrocca pubblicata sul sito Scrivere

immagini GifAnimate.com e dal web

giovedì 16 settembre 2021

Nuvola nera, Nuvola grigia, Nuvola bianca

 

C'era una volta una nuvola molto, molto nera perché molto, molto arrabbiata. Il vento l'aveva spostata con decisione tutto il giorno e lei, stanca di essere sbattuta qua e là e poi sfilacciata e poi ancora ricomposta in modo diverso, ormai livida di rabbia e frustrazione riversò tutte le sue lacrime sul pianeta Terra.

La pioggia, che cadde con tanta violenza piegò i fiori, l'erba e persino le verdi chiome degli alberi. Alcuni fiorellini ancora in boccio, teneri e delicati patirono tanto fino a spezzarsi e la nuvola, che dall'alto osservava soddisfatta il suo operato, finalmente si calmò.

Il vento ripassò in quel momento e, considerato il disastro combinato dalla nuvola, non la degnò di uno sguardo e proseguì, spostando e allineando le altre nuvole per fare spazio al sole.

Nuvola nera, diventata ormai grigia, si domandò come mai il vento avesse ignorata proprio lei, mentre perdeva tempo a comporre e scomporre tutte le sue compagne, che nel cambiare forma e dimensione sembravano divertirsi come matte.

Il tempo stava tornando sereno e, in un punto molto alto del cielo, si era formato un bellissimo arcobaleno. Nuvola grigia, indispettita dal trattamento del vento si espanse tanto da arrivare a coprire il ponte iridato e annullare gli sprazzi di azzurro che si stavano formando.  

                                                   

In cielo la luna e il sole osservavano con attenzione; l'astro d'argento in attesa che arrivasse il suo turno per accendersi e splendere tra le stelle, l'astro dorato emanando benefici raggi sul terreno sottostante.

«Guarda cos'hai combinato!» la rimproverò il sole, mentre carezzava con raggi delicati l'erbetta piegata e i fiorellini rovinati, con la speranza di farli riprendere. «Non solo hai nascosto al mondo quel bellissimo arcobaleno, ma hai anche rovinato tanti nuovi germogli di vita.»  



«Pensa ai fatti tuoi e al male che puoi fare tu con i tuoi raggi ardenti! A furia di ardere fai bruciare e seccare tutto quello che tocchi, mentre io porto in dono l'acqua che è principio di vita!» rispose la bisbetica nuvola.

«Sarà di certo così! - borbottò il sole - e allora perché oggi ti sei dimenticata di farlo?»

La nuvola guardo giù e si rese conto che il sole non aveva tutti i torti. La collera le aveva impedito di ragionare e di bagnare la terra con la dovuta accortezza, così che l'acqua che lei aveva riversato con tanta violenza aveva quasi rovinato i prati, i fiori e le fronde.

Ancora un po’ arrabbiata e del tutto incapace di riconoscere i suoi errori, la nuvola non rispose e volse le spalle al sole.

«Con te è inutile perdere altro tempo! -borbottò il sole-  Continui a comportarti male e questo mi dispiace, ma non posso farci niente. Ora cercherò di riparare i danni che hai fatto tu!»

«Vuoi che ci pensi io a punirla? - sibilò il vento rinforzando il suo soffio in modo minaccioso - Posso strapazzarla brutalmente ripagandola con la stessa moneta. Forse così capirà che non bisogna fare i prepotenti con nessuno e in special modo con i più deboli.»

«No!  - rispose il sole - Useresti i suoi stessi metodi  e le brutte maniere non insegnano mai niente a nessuno. Lasciamola da sola a riflettere.»

I due se ne andarono e la nuvola rimase sola a osservare i giochi delle compagne e il lavoro del sole. Solo la luna rimase poco distante a scrutarla e la nuvola se ne risentì: «Che hai da guardare?»

La serafica luna tacque, limitandosi a scrutarla.

Passata la rabbia la nuvola tentò alcune volte di partecipare ai giochi delle compagne ma, le altre, temendo i suoi scatti d'ira, la evitavano, scansandola.

Nuvola grigia, si ritrovò completamente sola e si senti rifiutata e abbandonata da tutti.

In un moto di compassione il sole tornò: «Non sono gli altri a tenerti a distanza ma tutti ti temono e ti evitano per il tuo pessimo carattere.  Ma, forse, sei ancora in tempo a dimostrare che, in fin dei conti, non sei così terribile come vuoi apparire. Domanda scusa al mondo e certo otterrai perdono e comprensione.»

Nuvola grigia capì di aver sbagliato e domandò perdono all'erba, ai fiori, agli alberi e persino alla luna e al vento, che la accolse nel suo abbraccio e la condusse dolcemente dalle compagne.

La buona volontà e la sua nuova indole le fecero perdere i colori tristi che aveva assunto quando era arrabbiata e la trasformarono in una candida e soffice nuvola molto socievole.

                                                

                  

Favola pubblicata sul sito Scrivere

Immagini GifAnimate.com


venerdì 13 agosto 2021

La leggenda del Cavalluccio marino

 



Nelle profondità del mare nasce la leggenda di una misteriosa e bizzarra creatura che, pur appartenendo al genere dei pesci, non vi assomiglia affatto. Il nome di questa affascinante creatura sarebbe Ippocampo ma è meglio conosciuto come Cavalluccio marino, per via di quel suo strano modo di nuotare in posizione verticale e per il muso che ricorda quello di un cavallo.

                                                    

La leggenda ha inizio sulla terra e narra di due giovani cavalli innamorati che galoppavano e si rincorrevano tutto il giorno per i prati, liberi e felici. Ma un giorno accadde che udirono all’improvviso dei profondi ringhi e ululati, solo allora si accorsero di essere inseguiti da un branco di bestie selvagge.

C’è chi racconta che gli inseguitori fossero cani randagi e chi, addirittura, parlasse di un’orda di lupi famelici, comunque fosse, i due cavalli intuirono presto di essere diventate prede e fuggirono terrorizzati. 

                                              

Il destino volle che imboccassero un sentiero sbagliato che li condusse soltanto sul ciglio di uno strapiombo sul mare.

I due videro il vuoto delinearsi all’orizzonte e sotto di loro una immensa distesa di acqua salata. Si guardarono, consultandosi. Che fare? Fermarsi e lasciarsi divorare vivi da quell’orda famelica o continuare la folle corsa con un tuffo finale nel mare?

I due fuggitivi non ebbero dubbi ed esitazioni e scelsero di lasciarsi cadere nel vuoto.

Folli di terrore videro le onde del mare in burrasca montare rabbiosamente verso di loro, come un mostro deciso a ghermirli e tentarono in tutti i modi di attutire l’impatto allungando disperatamente le zampe, ma il loro tuffo fu così violento da lasciarli intontiti e senza fiato. Mentre loro affondavano, i marosi spumeggianti e rabbiosi si rinchiusero sulle loro teste.

La leggenda narra che Nettuno, il dio del mare, aveva assistito dal suo regno alla fuga dei due innamorati e al loro disperato tentativo di sottrarsi agli inseguitori con quel tragico tuffo finale. Nettuno s’impietosì e decise di aiutarli a modo suo.

Un attimo prima che i due cavalli annegassero i loro corpi subirono una mutazione: il manto perse il pelo e si ricoprì di squame, le zampe divennero pinne e i polmoni mutarono in branchie. Ora le due creature erano in grado di nuotare e respirare sott’acqua. Il prodigio era compiuto.

Gli abitanti degli abissi, pesci, molluschi e crostacei assistettero con meraviglia alla mutazione e accolsero benevolmente i nuovi arrivati.

La leggenda termina narrando che il branco di bestie fameliche, non avendo avuto lo stesso coraggio delle prede, rimase sul ciglio del baratro rodendosi per la rabbia e per la fame da…lupi!

                                                                            

Ricerca effettuata sul web ed elaborata dall'autrice del blog

mercoledì 28 luglio 2021

La favola del nuovo giorno

 


Il galletto bianco lanciò il suo sonoro chicchirichì nell’aria del mattino, non ancora riscaldata dal sole nascosto dietro le colline. La valle amplificò il suo richiamo facendolo arrivare sino alla collina situata di fronte, dove in attesa e in ascolto c’era il galletto verde, il quale a sua volta lo rilanciò, espandendolo in tutta la vallata. Il chicchirichì fu dunque ripreso da un   galletto amburghese:




«Chicchirichì! È nato! Eccolo qui!»

Una chioccia del pollaio, ancora appisolata sul pagliericcio a covare, sollevò la sua testolina bianca appena crestata dicendo:

«Chi co cocco coccodè!! È forse, forse nato un re?»

La domanda, trasportata dalla vasta eco, percorse l’intera vallata posata beatamente sulle ali della brezza gentile e arrivando infine al paese più vicino.

«Din don da!» risuonarono le campane «Accorrete tutti din! È nato don! Eccolo qua dan! Din don dan!»

A quello scampanellare vivace, un cinguettio fitto fitto si propagò tra gli innumerevoli nidi sugli alberi ricchi di vita, del boschetto sottostante. Ognuna di quelle variopinte specie di volatili, chinava il capo teneramente sui propri piccoli, domandandosi quale dei suoi pulcini avesse suscitato con la sua nascita, tanto clamoroso interesse.

                                                               

«Cip cip cip! Chissà che il principino neonato non sia proprio qui!»

Persino le mucche alzarono i loro richiami e, con profondi muggiti, espansero nell’aria la loro domanda:

«Muuu!! Muuuu! Mah! Chissà chi lo sa!»

«Sgrunf!  Sgronf! Ronf! Io non lo so!» rispose un maialino.

«Cra cra cra! Il galletto bianco lo sa!» fece eco una delle nere cornacchie, con aria da saputella, zampettando da una parte all’altra della verde vallata.

Insomma, la domanda volò per parecchio tempo, trasportata anche dall’aleggiare leggiadro di farfalle variopinte e diafane libellule dalle ali trasparenti.

«Bee! Bee! Sentite me che son l’araldo del re!» annunciò serafica una nera capretta, nonostante nessuno gli desse retta.

«Qua! Qua! Qua! Chissà chi lo sa!» disse invece scodinzolando col suo buffo codino mamma papera seguita da una sfilza di anatroccoli neri, che pinneggiavano goffamente nel laghetto argentato.

                                       

Il galletto bianco, consapevole di aver suscitato con il suo annuncio così tanto scalpore, gonfiò a dismisura il petto e, spingendo in alto e con orgoglio la sua cresta, rincarò la dose cantando:

«Chicchirichì! Chicchirichì! Vi chiarisco tutto se venite qui!»

Tutti quelli che avevano raccolto il canto del sagace e astuto  galletto accettarono l’invito e, in poco tempo, nella fattoria sulla collina, una folla di animali di tutte le taglie poté ammirare un grosso fiocco rosa e uno azzurro appesi alle nuvole nel cielo. Rosa come l’alba che colora a oriente e azzurro come il cielo sereno.

Una sonora e unanime esclamazione di meraviglia si levò alta dai presenti: «Oh!»

«È nato! È figlio di tutti ed è il padre dei belli e brutti! - esordì il galletto. - Il suo nome è “Dì, nuovo Dì” o più semplicemente giorno. In genere possiede un bel carattere, poiché quando è tranquillo è solare, e solo quando è arrabbiato diventa scuro e fa scendere grossi lacrimoni lancia sguardi fulminanti e profferisce paroloni tonanti. 

In quel momento non bisogna provocarlo, ma lasciare che sfoghi tutto il malumore e in un battibaleno con un bel sorriso iridato svirgolerà dal mare ai monti, lassù dove l’azzurro è più azzurro e tornerà a splendere, illuminando e scaldando tutti quelli che gli si affideranno. Siate allegri or dunque tutti quanti, poiché il tempo ha partorito per tutti noi un altro figlio prediletto e lo ha messo generosamente a disposizione di tutti gli abitanti di questo pianeta ridente.»          

                                                

Così narrò il galletto bianco la favola del nuovo giorno, che sorge immancabilmente dopo ogni oscura notte.

È così dagli albori del tempo, e così sarà per sempre!

                                            



Favola pubblicata dal 2011 sul sito Scrivere
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martedì 6 luglio 2021

La leggenda del gelsomino


                 


                  

Quante belle leggende sono nate ispirate da questo candido è incantevole fiorellino, a cui non è mai piaciuto stare da solo e che ha sempre preferito accompagnarsi a tanti altri candidi fiorellini come lui. Un po’ come fanno le stelle ammiccanti nel firmamento, che non sono mai sole e che illuminano con la loro presenza il cielo notturno.





Questo piccolo e delicato fiore, dall’inebriante profumo, ha antiche origini arabe e sono proprio gli amici arabi a tramandarci questa commovente e suggestiva favola.

Sembra che anche le stelle abbiano una madre e che il suo nome sia Kitza. Accadde che un giorno, Kitza, che abitava in un palazzo costruito con nuvole d'oro, mentre stava preparando i vestiti per le sue innumerevoli figliole intessuti con l’elemento più prezioso, venne disturbata da tre lamentose stelline, che protestavano a voce alta per come erano stati cuciti i loro abiti.

Una stellina protestava con vigore perché il suo le sembrava troppo largo, un'altra perché il suo era troppo lungo e la terza, non sapendo con precisione, affermava che essendo povero di gemme, il suo abito non le donava perché non era per nulla splendente.

Inutilmente Kitza le pregò di smetterla di lamentarsi e di lasciarla lavorare. Ma le tre dispettose stelline non sentirono ragioni e continuarono a protestare con veemenza.

In quel momento passava di lì Micar, il Signore degli Spazi immensi, il quale non riuscendo a capire da cosa dipendesse tutto quel fracasso decise di intervenire, mettendovi fine.

“Cosa sta succedendo qui? Cosa è tutto questo baccano?” domandò con voce potente e stentorea.

Le tre stelline sobbalzarono dallo spavento e, perdendo tutta la loro baldanza, divennero docili e sottomesse. Poi, di fronte allo sguardo inquisitore del Sovrano degli Spazi, non poterono nascondere la verità.

Venuto a conoscenza del banale motivo, il re si infuriò, indignandosi e scaraventando le tre stelline come fossero ciottoli sul pianeta Terra.

Ormai trasformate in insignificanti pietruzze, le tre rimasero immobili e grigie, come tante altre pietruzze, altrettanto anonime, stese nel fango.

La madre di tutte le stelle venne presa da uno sconforto infinito e pianse, cadendo in uno stato di inconsolabile dolore. Il suo timore più grande era che gli esseri umani, disprezzandole, avrebbero calpestato e umiliato quelle che erano state le sue splendenti, meravigliose figliole.

Sulla terra, nel frattempo, la Signora di tutti i giardini percepì l'immenso dolore di quella madre e ne ebbe pietà. Allora raccolse le tre pietruzze dal fango e, come era in suo potere, le trasformò in candidi fiorellini.

Nacque così la leggenda di questo incantevole fiore, che arricchisce di bellezza e profumo i nostri giardini, come le stelle illuminano il nostro cielo notturno.

In Italia esiste un'altra versione, altrettanto suggestiva, che narra che il primo a coltivare il gelsomino nel nostro paese fu Cosimo de Medici, il quale ne era talmente geloso, da proibirne la diffusione al di fuori dei giardini ducali.  

Accadde che un giorno, però, un giardiniere ne rubò una pianta per regalarla alla sua fidanzata. La giovane donna apprezzò talmente il dono da decidere di coltivarla, così la piantò nel suo giardino e da quel momento ne ebbe una cura amorevole. 

In seguito, i due fidanzati si sposarono e vissero felici coltivando quella pianta che si propagò talmente, da diventare per loro una fonte inesauribile di reddito.

Da allora in Toscana, la tradizione vuole che le spose aggiungano un rametto di gelsomino nel loro bouquet, in ricordo della fortuna che ebbe quella giovane sposa vissuta al tempo dei Medici e che poi è diventato sinonimo di ricchezza e buona fortuna.


Ricerca effettuata sul web

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martedì 16 marzo 2021

Fior fior di primavera

 




Ecco che giunge la primavera,

con aria tersa, fresca e sincera

 mettendo veste novella a quei rami

e colmando i dintorni di soavi richiami.

Avanza odorosa con tocco d'incanto,

aulente e dipinto pone il suo manto,

ali leggiadre a frullare sul prato

di api e farfalle col far delicato.

Fior di ciliegio, di pruno e di pesco,

presto si desta lieto anche il bosco,

così dal letargo escono a frotte

scoiattoli, ghiri, e sin le marmotte.

                

 


Filastrocca pubblicata sul sito Scrivere

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lunedì 8 marzo 2021

Leopoldo il bruco

 





“Ah, che schifo! Un verme!” gridò qualcuno, vedendo un verme attraversare la strada.

Tutti i giorni la stessa storia. Leopoldo correva il rischio di venire schiacciato da giganteschi piedi lungo i viottoli del parco, doveva sfuggire ai becchi rapaci degli uccelli e strisciare il più velocemente possibile per evitare ruote di macchine e di biciclette, che mettevano a repentaglio la sua già precaria integrità fisica ... e qualcuno gridava “Ah, che schifo!”

Ogni giorno la stessa storia da mane a sera, e come se non bastasse, era evitato da tutti perché nessuno voleva fare amicizia con un verme.

Così, per l'ennesima volta, Leopoldo si sentì umiliato e solo. Strisciò a testa bassa sotto una foglia secca e cercò di sparire alla vista dei passanti. Non ne poteva proprio più di quella vita. “Meglio morire piuttosto che dare fastidio a tutti!” pensò il bruco.   

                   

Una folata di vento, più gelida del solito, lo avverti che l’inverno era alle soglie, ma Leopoldo non ci fece caso, prese ad arrampicarsi lungo il tronco di un albero e strisciò sul primo ramo. Finalmente al sicuro il piccolo bruco si accorse di essere veramente esausto. Sbavò una sottile e morbida coperta di filo bianco nella quale si avvolse e, vinto dalla stanchezza, si addormentò.

                                   

Sognò allora di quella volta che un gruppo di ragazzacci volevo usarlo come esca e in suo aiuto era accorsa una ragazzina dalle trecce rosse. Lo aveva nascosto nel palmo della mano accarezzandolo a lungo e lo avevo confortato con dolci parole. Cosa gli aveva sussurrato? Leopoldo non se lo ricordava più ma, pensando al momento più bello della sua vita, sorrise e si lasciò vincere da un sonno profondo.

Giunse l'inverno. La neve nascose dentro a un piccolo igloo il bruco, che dormì fino alla primavera.

Un mattino Leopoldo si accorse che era ora di alzarsi, perché un intenso tepore riscaldava le sue membra. Allora aprì gli occhi e “Buon giorno mondo!” pensò, poi guardò su e vide il cielo terso e luminoso ... solcato da famelici volatili, guardò giù e vide la verde e soffice terra… che lo aspettava con le sue mille insidie.

“Ahimè, dunque non sono morto” pensò a questo punto il bruco e, rassegnato, si apprestò a riprendere la solita vita da verme.

In quell’istante vide avvicinarsi un mano gigantesca, allora Leopoldo, decise di vendere cara la pelle e si buttò giù dal ramo ... ma quale fu la sua sorpresa quando, invece di cadere rovinosamente a terra, si sentì sollevare in alto! E come strabuzzò gli occhi il piccolo bruco alla vista di due splendide, enormi e colorate ali, che gli erano spuntate sulla schiena!

Leopoldo si librò incredulo e felice nell’aria primaverile, tra l'ammirazione generale e allora ricordò quello che, un lontano giorno, la ragazzina dalle trecce rosse gli aveva sussurrato: “Non avere paura, piccolo bruco. Vedrai un giorno nessuno ti maltratterà più. Come per miracolo ti sveglierai in un mattino di sole e sarai una meravigliosa farfalla ... ti libererai nell'aria tiepida e, finalmente libero, conquisterai il cielo.”                          


Tratta dal sito web l'Avocetta, per gentile concessione dell'autrice Lidia Menorello 


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C'era una volta

  C'era una volta ma ormai non c'è più un allegro trenino che faceva ciuf ciuf in stazione arrivava in una nube di vapore ...