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martedì 31 marzo 2020

Il soldatino meccanico





«Nonnina, mi racconti una favola?»
Beatrice sgranò i suoi occhi azzurri, rivolgendoli verso il viso rugoso della nonna.
L’anziana sorrise e, con un lembo del candido grembiule, pulì la bocca della nipotina imbrattata di cioccolata.
La bambina era rimasta orfana e viveva con lei da alcuni anni.
«Non preferisci che te la racconti con calma dopo che avremo messo la torta in forno?» le domandò.
«Forse è meglio che la mettiamo subito in forno!» sentenziò la ragazzina furbescamente.
Quando la tortiera fu sistemata, la nonna, con la bimba in braccio, si sistemò davanti al caminetto acceso e prese a dondolare sulla comoda poltrona.
«Ti racconto la favola del principe smarrito.»
Beatrice si accoccolò sul petto della donna e si lasciò cullare dal suono della sua voce e dal calore ipnotico delle fiamme.
«C’era una volta una giovane donna che si chiamava Laura…»
«Proprio come te, nonnina» la interruppe Bea.
«Già, proprio come me!» ammise lei. « Ma lascia che continui.»
«Laura aveva circa sedici anni e lavorava in un grande negozio di giocattoli. Ebbene, un giorno, mentre stava sistemando uno scaffale stracolmo di giochi, si accorse che davanti alla vetrina che dava sulla strada, c’ era un bambino col nasetto livido dal freddo appiccicato al vetro. Erano i giorni che precedevano il Natale e la temperatura esterna arrivava anche sottozero. L’ abbigliamento del piccolo era sporco e lacero, del tutto inadeguato al gelo e Laura pensò che fosse un mendicante. Uno dei tanti vagabondi che s’ incontravano per le vie del paese e il cuore le si strinse in una morsa dolorosa. In quel momento si accorse anche che lo sguardo del bimbo era incollato a un soldatino, che con scatti meccanici marciava e presentava le armi. Laura invitò il piccolo ad entrare, ma lui fuggì. Inutilmente lei corse in strada, il ragazzino era già scomparso.



La giovane se ne rammaricò, ma relegò il ricordo di quel visetto in un angolo del cuore.
I giorni passarono e mancava pochissimo alla vigilia, il negozio si riempì di persone che volevano acquistare i doni da mettere sotto l’ albero per i loro bambini. Laura non aveva nemmeno il tempo di riposarsi, tanto era indaffarata. Eppure, un paio di volte notò di sfuggita il nasetto livido del bimbo appiccicato alla lastra trasparente e con lo sguardo puntato sul soldatino.
Ormai si era arrivati alla vigilia e il negozio era rimasto semi- vuoto, i giocattoli erano andati a ruba.
Laura, che era l’ unica tra le commesse a non avere famiglia, si offrì di rimanere per rimettere un po’ d’ ordine al caos provocato dalle vendite. Così si ritrovò, oltre l’ orario di chiusura, a riordinare le poche cose rimaste. Mentre riponeva sullo scaffale il soldatino meccanico, che nessuno aveva comprato, il gioco si mise in moto, percorrendo tutta la lunghezza dello scaffale. Fu così che lei si accorse del bimbo oltre la vetrina.
La ragazza sorrise e per non spaventarlo si avvicinò lentamente alla vetrina, poggiando la sua mano aperta sul vetro trasparente, con la speranza che lui facesse altrettanto.
E con sua grande meraviglia, la cosa accadde.
Il piccolo vagabondo sovrappose la manina alla sua e per lei, in quel momento, fu come ricevere una scossa.
Il visetto del monello le parve ancora più smunto dell’ ultima volta, chissà da quando non mangiava!
Il cuore della giovane si strinse ancora una volta e dalla sua borsa estrasse il panino che non era riuscita a mangiare, offrendolo con garbo e con un sorriso.
Il ragazzino sgranò gli occhi e lei lo invitò ancora una volta a entrare.                                

Spinto dalla fame, il bimbo si fece coraggio e si presentò alla porta del negozio per prendere il   panino, che   divorò in un minuto, con grande stupore della giovane commessa.
«Io mi chiamo Laura e tu?» gli domandò con dolcezza e lui rispose: « Non lo so!»
«Come non lo sai?» insistette Laura abbassandosi all’ altezza di quel visetto smunto e triste.
Il piccolo deglutì con forza ricacciando indietro le lacrime e assumendo una posa sin troppo spavalda, disse: « Non lo ricordo. Non so chi sono e nemmeno da dove vengo.»
«Ma non hai nessuno che si occupi di te?» domandò ancora lei, scrutandolo con attenzione. Doveva avere circa otto anni e il suo abbigliamento consisteva in una giacca pesante troppo striminzita, un maglione bucato e dei pantaloni lisi, troppo grandi per quel corpicino esile.
Evidentemente la domanda sulla famiglia lo aveva toccato nel profondo, perché in quel momento il piccolo vagabondo scoppiò a piangere. Laura, a quel punto, decise di non ossessionarlo con la sua voglia di sapere e, in quello stesso istante, le venne un’ idea.
«Senti, anche io sono sola come te. Sono orfana, sai? E il pensiero di passare il Natale da sola mi rende molto triste. Ti propongo un piano: vieni a vivere con me in questi giorni di festa, così domani ci mettiamo a preparare insieme il pranzo di Natale! Che ne dici?»
Lui sgranò i suoi occhioni verdi, più smeraldini di un lago montano: «Ma tu sei una fata?» le domandò con aria innocente. Laura rimase un attimo interdetta, poi rise. Rise come non le succedeva da tempo e la sua risata finì per contagiare anche il piccolo monello.                        
Poco più tardi, avvolto il ragazzino nella sua sciarpona di lana, si incamminarono entrambi per le strade semi- deserte, mentre cadevano i primi, grandi fiocchi di neve.
Una volta giunti a casa, Laura lo fece lavare e gli prestò una delle sue tute di pile per tenerlo al caldo, per poi farlo rifocillare.
Il bimbo divorò tutto quello che gli mise davanti, poi si addormentò subito e lei ne approfittò per mettersi al computer a fare delle ricerche.
“Magari in internet trovo qualche segnalazione di scomparsa” si disse, digitando sulla tastiera. In pochi secondi sullo schermo comparvero i volti di bambini scomparsi.
Le immagini erano decine e Laura iniziò a scorrerle con attenzione, poi all’improvviso gli apparve il viso del monello, che in quel momento dormiva profondamente nel suo letto.
In quella posa era sorridente, pulito e pettinato alla perfezione. I vestiti erano moderni e all’ apparenza costosi. Laura esultò: «Marco Traldi Della Valle Fiorita. Caspita! Che nome importante che porti, ragazzino» esclamò felice, cercando un numero da poter contattare.
Quando l’ indomani mattina Marco si svegliò, trovò un albero gigante addobbato nel salotto, con una vera montagna di pacchi regalo intorno e una colazione principesca ad attenderlo sul tavolo della cucina. Il profumo delle brioches ancora bollenti, unito al calore che emanavano le pareti di quella casa, lo fecero emozionare.
«Buongiorno, mia bella fatina!» la salutò e lei sorrise, ricambiando: « Buongiorno, principino!».
Il monello rise divertito e divorò le brioches sporcandosi la bocca di cioccolato.»
«Proprio come me, nonnina!» esclamò Beatrice, ridendo e interrompendo il racconto della nonna.
«Il cioccolato piace a tutti, grandi e piccini» disse la donna.
«Io l’adoro! Ma continua, nonnina, ti prego! È una storia così tanto interessante!»
«D’ accordo! Ma tu smettila d’ interrompermi. Sai che se perdo il filo… dunque: Marco non sospettava che quel giorno la sua vita sarebbe di nuovo cambiata e finita la colazione aiutò Laura in cucina.
«Perché prepariamo così tanta roba da mangiare?» domandò curioso.


«Ho invitato delle persone» rispose lei semplicemente.
«Credevo fossimo soli, io e te, fatina. Allora tutti quei regali che sono sotto l’albero sono per i tuoi ospiti?»
«Sì, è così!» rispose lei, nascondendo un mezzo sorriso.
A mezzogiorno in punto suonarono alla porta e Laura lo invitò a seguirla per accogliere gli ospiti.
Sull’ uscio vi erano due sconosciuti, un uomo e una donna, belli e dalle vesti eleganti. In particolare, la giovane signora, che si abbassò a salutarlo, era bellissima ed evidentemente commossa.
«Ti posso abbracciare, piccolo?» chiese con voce tremante.
Marco indietreggiò, intimidito.
«È solo per augurarti Buon Natale!» lo incoraggiò la sconosciuta e lui si convinse. Si lasciò stringere in un abbraccio caldo e niente affatto sgradevole, come invece aveva temuto. Al contrario, il profumo che emanava la pelle della signora lo fece sobbalzare.
«Marco!» mormorò la signora, sentendolo tremare. «Piccolo mio, ti ho ritrovato finalmente!»
Il ragazzino si lasciò cullare in quell’abbraccio, ma poi si sciolse e guardò entrambi gli sconosciuti.
«Cosa… significa?» balbettò confuso.
Allora l’ uomo lo prese per mano e lo guidò sul divano, facendolo sedere sulle sue ginocchia. Poi, con tenerezza gli spiegò: «Marco, io sono il tuo papà e lei è la tua mamma.»
Il piccolo sgranò gli occhi, incapace di parlare.
Il padre gli accarezzò la lunga zazzera nera e continuò: « Un giorno ci siamo recati tutti e tre a una festa patronale dove c’ era una folla immensa. È stato proprio a causa della grande confusione che ti abbiamo perso di vista e non siamo più riusciti a trovarti. Io e la mamma eravamo disperati perché credevamo di averti perso per sempre.»
Marco guardò Laura in cerca di conforto e di conferme e trovò il suo sorriso.
«Ora che hai ritrovato i tuoi genitori, tutto si aggiusterà, principino.»
«Continui a chiamarmi principino, perché?»
«Tu sei il figlio del Duca e della Duchessa Traldi Della Valle Fiorita, Marco! Ma per me sarai sempre e soltanto il mio principe vagabondo!»
Marco si sciolse dalla stretta affettuosa del padre e della madre, correndo tra le braccia di Laura.
« E tu per me sarai sempre la mia fatina!» rispose, finalmente ridendo.
Quello fu un Natale speciale sia per Laura che per Marco, il cui regalo preferito fu il soldatino meccanico.»
Nel terminare il racconto, la voce della nonna s’ incrinò dalla emozione.
«Questa è la storia più bella che tu mi abbia mai raccontato, nonnina!»
« Vero, principessa! È di sicuro la più bella!»
All'improvviso alla bimba venne un dubbio: « Nonnina, ma non mi avevi detto che anche tu da giovane lavoravi in un negozio di giocattoli?»
La donna sorrise: « Hai un’ ottima memoria, piccina» rispose, accarezzandole la testolina.
Beatrice sgranò gli occhi azzurri esclamando: «In questo racconto ci sono troppe cose uguali!»
« Anche questo è vero, principessa!»
Allora Bea ebbe un’ intuizione: « Non è solo una favola, ma la storia della nostra famiglia, vero fatina?»
L’anziana annuì: « Quel giorno di Natale accadde un piccolo miracolo: un bimbo ritrovò i suoi genitori e una giovane orfana fu adottata con amore!»
Bea sorrise e batté le mani contenta: « Allora io e te siamo due principesse!»
«Sì, cara. Siamo due principesse!»
«No, nonna, ti sbagli! Tu sei la mia dolce fatina!» esclamò la bimba, abbracciandola stretta.
Gli occhi di Laura si velarono di lacrime, poi con dolcezza riprese a dondolare.



Favola di Vivì  Coppola pubblicata in una antologia natalizia da Apollo edizioni

Girotondo dei bimbi del mondo





Il girotondo intorno
 al mondo
è per  bambini
 assai birichini
e se metti il tuo dito sul mappamondo
ecco che ha inizio il girotondo.

C’è quell'indiano che fa lo strano
lui dice augh alzando la mano
e il giapponese
che è molto carino
china la testa facendo l’inchino.


Dolce il sorriso d’ogni bambino
 sia l’italiano che il cinesino
se poi è moretto
e ha il viso tondo
il suo sorriso è ancor più giocondo.

Nel girotondo un po’ pagliaccio
c’è l’eschimese che vive all'addiaccio
ma per il freddo ha la pelliccia
e la casetta
scolpita nel ghiaccio.

Nel girotondo di tutte le razze
girano tutti in quelle piazze
ruota la gonna della spagnola
a tutte le ore  danza la ola
e la francesina ha perlopiù
un buffo nasino che punta all'insù.



Rossi ha i capelli un irlandese
ma mette una gonna lo scozzese,
e se ti par strano non fare tilt,
 indossa solo il tradizionale kilt.

C’è un australiano che alleva canguri
e anche un Bulu che suona tamburi,
se noti un "hombre" che porta il sombrero
saprai che è del Messico e certo è sincero.



C’è il raffinato e distinto inglese
con la bombetta e l’ombrello appeso
e conto  anche un olandese
ma cosa faccia rimane in sospeso.

La lista continua ed è ancor lunga
ma so che ti annoi e non mi dilungo
la filastrocca la tronco qua
ma sappi che  ne ho narrato metà.





                                             Vivì Coppola 


Filastrocca già pubblicata sul web dall'autrice



domenica 29 marzo 2020

Filastrocca del cinghialetto






Sgronch Sgronch è un cinghialetto
che assomiglia a un maialetto
grossa e tonda ha la sua pancia
perché tutto il giorno mangia.


                          Con quel naso un po’ porcino
                        non ha certo un muso carino
                      e col manto irto e marrone                                 
                      non si può definir un Adone.


Pure ispido ha il suo pelo,
adatto sì al caldo e al gelo,
ma ritto tanto fino al codino
proprio come un porcospino.

Sgronch ha pur grassi i cosciotti
pari a quattro barilotti,
l’andatura è a tratti goffa
un po’ stramba e tanto buffa.

Sta nascosto tutto il giorno
e non vuole gente intorno,
rintanato e quatto quatto
attende che cali la notte.



Quando il buio infine s’espande
grufolando cerca ghiande
ma anche funghi e pur castagne
con via vai per le campagne.

Sgronch Sgronch il cinghialetto
or che è l’alba torna a letto,
proprio lì nel folto del bosco
dove ha la tana fatta al fresco.
                                    







Filastrocca pubblicata sul sito Scrivere dal 18/03/2020

giovedì 26 marzo 2020

La filastrocca dello star bene




La filastrocca dello star bene
memorizzarla a molti conviene
tu mangia vario, poco ma spesso
e a quell'amico
consiglia lo stesso.
Liscia o frizzante
l’acqua è preziosa
bevine tanta fresca e briosa
e ti consiglio, anche se deliziosa,
bevi poca aranciata e la gassosa.
Poi per merenda
non t’ingolfare,
di cioccolata non devi abusare
e l’allettante e grasso dolcino
è buono soltanto
a gonfiarti il pancino.



Devi capire
e non ti arrabbiare
se mangi poco ti puoi ammalare
e se al contrario tu mangi troppo
lì nello stomaco si forma l’intoppo.
Ascolta la mamma
che ti conviene
frutta e verdura
ti fanno bene
e se per cena c’è la minestra
mangia e non creder che sia un impiastro.
E se più forte vuoi diventare
scegli uno sport
e fanne quanto ti pare
e se queste regole tu seguirai
campione esemplare un dì diverrai.



Vivì Coppola 

tutti i diritti sono riservati  legge 633/1941

Tommy il puledro...ballerino







Tommy era un puledro dal manto nero chiazzato di bianco con la coda che ballonzolava dritta come una bandierina sul paffuto sederino.
Il puledro era figlio di un grande campione, vincitore di tanti premi internazionali.
Era un cucciolo come tanti altri, spensierato e felice. Correva e giocava tutto il giorno con i suoi piccoli amici e in quelle corse sfrenate era imbattibile.
Il papà ammirava questo suo figliolo, e ne apprezzava le promettenti qualità.
Dopo un'intera giornata trascorsa tra scherzi, corse e birichinate, il puledrino alla sera crollava esausto.
Un giorno, uno degli addetti della scuderia, ebbe l’idea di trasmettere della musica, per mezzo di grandi altoparlanti, nei box dove riposavano e si rifocillavano i cavalli. L’uomo aveva appreso che le note armoniose della musica classica avrebbero avuto effetti benefici sull'umore e sul comportamento della maggior parte dei cavalli.
La prima volta che Tommy udì quella musica rimase letteralmente affascinato. Le sue orecchie puntute, si raddrizzarono ancora di più e gli occhi neri e profondi si spalancarono stupefatti.
Le snelle e lunghe zampe cominciarono battere sull'impiantito assecondando il ritmo e il rumore provocato dagli zoccoli risuonò per tutta la scuderia.
«Che stai combinando, figliolo? Cos'è questo trambusto?» chiese il papà, che riposava nel box accanto.
«Nulla, papà, nulla!» rispose lui vergognandosi.
Quella volta Tommy scoprì la sua passione per la musica e da quel momento non fece altro che fantasticare.



Sapendo che suo padre non era affatto contento di questa sua predisposizione alla musica, per attutire il rumore degli zoccoli mise in atto un trucchetto imparato durante il suo addestramento nel maneggio.  
Tommy aveva a disposizione una notevole quantità di paglia pulita che con il musetto, aveva imparato con destrezza ad ammucchiare le sue zampe. Così ogni volta che batteva i zoccoletti al ritmo della musica, il rumore era attutito dalla paglia e nemmeno il papà era in grado di sentire.
Il tempo passò velocemente nel grande maneggio e arrivò il giorno in cui per la prima volta Tommy fu accompagnato ad assistere alle corse.
Suo padre era molto nervoso perché sentiva di essere alla fine della sua carriera e temeva di perdere quella gara.
Per questo teneva così tanto che il suo puledro iniziasse la sua stessa carriera diventato un grande campione come lo era stato lui.
Ma Tommy, a cui non interessava nulla delle gare, seguiva annoiato lo svolgersi delle varie corse. E quando gli addetti si distrassero lasciandolo solo, si allontanò indisturbato.
Forse fu per caso o forse fu il destino a condurlo nelle vicinanze di un grande capannone dalle grandi finestre, da cui proveniva il suono melodioso di un valzer.
 «Perdiiindiiiriiiiiinaa!» esclamò, quando vide quel che stava accadendo all’interno.
Un quartetto di bianchi cavalli, si stava esibendo al centro di una pista circondata da un pubblico che ammirava lo spettacolo in silenzio estasiato. I cavalli si muovevano a suon di musica, alternando i garretti e battendo gli zoccoli, incrociando e facendo giravolte. Uno spettacolo incantevole per il piccolo Tommy che si domandò se fosse un sogno. Perse la nozione del tempo e rimase per ore ad assistere alle varie evoluzioni, che si susseguirono una dietro l'altra. Mentre ammirava lo spettacolo, batteva con i suoi zoccoletti sull'impiantito cercando d'imitare i cavalli ballerini.


                                                               
La sua fantasia non conobbe più limiti e cominciò a volare. S’immaginava al centro della pista mentre il pubblico lo acclamava in piedi e chiedendo varie volte il bis.
Ignaro di ciò che stava accadendo all’ippodromo, mentre suo padre e gli addetti lo cercavano dappertutto.
Essendo figlio di un purosangue il valore del puledro era enorme e s’incominciò a pensare a un rapimento.  Lo ritrovarono, dopo ore, ancora affacciato alla finestra, perso nei suoi sogni e a guardare lo spettacolo.
Il ritorno alla realtà per il cavallino fu non solo duro ma anche molto triste. Il padre lo accolse con dei rimproveri e con una serie di piccoli ma efficaci morsetti sul didietro, che Tommy ricordò per molto tempo. «Togliti dalla testa quello spettacolo pietoso!» gli disse il padre.
Rinchiuso nel suo box per punizione rimuginò a lungo su quello che aveva visto. “No! Non voglio diventare un campione come mio padre. Le corse non fanno per me. Voglio diventare un ballerino di “dressage.””
Da allora in avanti, avrebbe combattuto con tutte le sue forze per arrivare a realizzare il suo sogno.
Nel frattempo, però, gli allenamenti sulla pista continuavano, diventando sempre più duri e Tommy galoppava, ma nei suoi pensieri e nel suo cuore continuava a esserci solo la musica.
E quando al crepuscolo cominciavano a diffondersi le note magiche che tanto amava, ricominciava a sognare e il suo corpo seguiva il ritmo delle note che gli venivano suggerite da un coinvolgente valzer, o dall'appassionato paso-doble.
Da quando aveva assistito all'esibizione dei mitici cavalli arabi e dei loro eleganti cavalieri, il suo sogno si era ampliato e si era delineato in modo preciso. Desiderava con tutte le forze e con cuore diventare una star internazionale di danza e di “dressage”.
I continui rimproveri e le paternali del padre scivolavano dalle sue orecchie, senza lasciare traccia alcuna.
E lentamente nella sua mente andò maturando di nuovo l'idea di fuggire da quel mondo che sentiva così stretto. Così alcuni giorni dopo la sua scappatella, gli si presentò l'occasione giusta, e Tommy si dileguò nella leggera foschia che adombrava la campagna.
Tommy trotterellava a testa alta, guardando davanti e senza mai voltarsi finché ritenne di essere al sicuro e si fermò.
Quello che lo colpì subito fu il silenzio. Era solo.



Si guardò in giro e le ombre dei primi dubbi cominciarono ad assillarlo. S'accorse solo che il paesaggio che lo circondava gli era sconosciuto e quando avvertì i primi morsi della fame ebbe la certezza di aver commesso una sciocchezza.
Fino ad allora non aveva mai provato  quel languorino alla bocca dello stomaco. C'era stato sempre qualcuno, da quando era nato, che lo aveva accudito e si era preoccupato di tutte le sue esigenze fisiche. Ora era solo. E senza cibo!
Quel pensiero cominciò a diventare un'ossessione, anche perché i morsi della fame, col passare delle ore, diventarono più dolorosi.
Sempre più impaurito Tommy si ritrovò nei pressi  di   una fattoria solitaria, a ridosso della quale scorreva un piccolo fiume.
Per prima cosa si dissetò e mentre sorseggiava l’acqua fresca sentì un alto e acuto verso propagarsi nel silenzio della campagna. I peli del manto nero si raddrizzarono sul collo. Strabuzzò gli occhi e le orecchie appuntite cercarono di percepire da dove avesse origine quell’orribile verso. Non aveva mai udito una cosa tanto penosa.
Pensò si trattasse di un animale ferito.
Il lamento proveniva da una piccola capanna, e mentre Tommy si avvicinava per curiosare, udì altri terribili versi, questa volta accompagnati dalle urla rabbiose di un essere umano.
Fece appena in tempo a nascondersi nella boscaglia quando s la porta della capanna si spalancò e ne uscì un uomo che impugnava tra le mani, un bastone grosso e nodoso. Tommy rabbrividì. Quell’individuo non aveva affatto un aspetto rassicurante ma, per fortuna, sembrava proprio si stesse allontanando.
 Il cavallino, allora, s'avvicinò con cautela alla porta semi aperta, e quello che vide lo lasciò interdetto. Un piccolo quadrupede dalla figura tozza e sgraziata era legato a una catena. Il poverino era quasi semi sepolto da una soma carica di barilotti, che gli faceva quasi piegare le zampe sotto l’enorme peso. Era sporco e malconcio e dava l'impressione di essere esausto. Nella piccola capanna vi era un odore nauseabondo, disgustoso per uno come lui che abituato a una quotidiana e meticolosa pulizia della stalla nella quale viveva. Il suo bel manto era ancora lucido e profumato e ne era la prova.
Tommy guardò con compassione ancora una volta quella strana creatura, e si voltò per lasciare quella stamberga, quando un altro di quegli strani versi lo costrinse a  fermarsi.
L'asinello lo aveva visto e con un alto raglio di dolore, lo richiamò: «Ohiiiiiooooooo! Aiiiiuto!»
Tommy si volse e incrociò un’espressione piena di preghiera: «Aiutami por favor!»
«Certo! Ma che lingua parli?»
«Parlos spagnoles! Aiutami a liberarmi da queste corde che miiii tengono prigioniero e che miiiii fanno tanto males!»                      
Il cavallino s'avvicinò all'asinello e con i denti aguzzi riuscì a liberarlo dal peso che gravava sul suo dorso e dalla corda che lo teneva prigioniero.
«Dimmi come ti chiami?» chiese Tommy mentre si allontanavano in fretta.
In verità, non avendo mai visto un asino prima di allora, era assai curioso di sapere a che razza appartenesse e soprattutto come era finito lì. Però nel timore di offenderlo si accontentò di chiedergli il nome.
«Io non ho un nomes. Nessuno ha mai pensatos di darmene uno! E se vuoi saperlo, appartengo anche iiiioooo alla razza equinas, propriiiioooo come te! E non sono un marzianos, dunque, perché mi guardi con quegli occhi stralunatos?»
Tommy arrossì e l’asinello gli sorrise: «Si può anche dire che siamo cugini!»
“Cugini?” rifletté il puledro osservando con attenzione l’aspetto sporco e trascurato del manto dell’asinello.
«Anche tu avresti un aspetto simile se fossi stato prigioniero di quel brutto tipo.» lo rimproverò l’altro.
“Ma sì!” si disse Tommy. Non aveva nessuna importanza l’aspetto di quel strano animale. Tommy, aveva assoluto bisogno di compagnia e il ciuchino aveva un'aria così saggia, che ispirava davvero fiducia.
Ci pensò su ancora un attimo e poi disse: «Io mi chiamo Tommy! Ebbene, dimmi! Come ti farebbe piacerebbe che ti chiamassi se diventassimo amici? O meglio, ci sarà ben un nome con il quale ti farebbe piacere essere chiamato!»
Il ciuco lo squadrò attentamente, prima di rispondere: «Pablito! Chiamami pure Pablito. Amigos? Io e te? Ma tu sei  un puledros di gran razza, molto ben educato e gentile, mentre iiiooo sono solo un povero asinello. Come possiamo diventare amigos?»
Il puledro non era sicuro di aver capito tutto bene. Quel ciuco parlava in modo assai strano e nel mentre lanciava sempre quel suo richiamo, però gli dispiaceva farglielo notare e rispose: «Anche io sono poverello ora, proprio come te! Anzi ti confesso una cosa. Questa mattina sono fuggito dalla scuderia in cui vivevo, e ora sto morendo di fame!»
Pablito scrollò il testone sgraziato e infine bofonchiò con lungo raglio finale:
«Sei fuggitos? Sacriiipante! Qualcosa mi dice che con te i guaiiiiiiii arriveranno ben presto.»
L’espressione del cavallino divenne seria: «Adesso che ci siamo conosciuti non mi abbandonerai, vero?» domandò con sguardo lacrimoso e l’asinello si commosse.
«No, sta tranquillo! Ma vieni ora, andiiiamo a mangiare.»
 Pablito conosceva una quantità d'erbette deliziose, così quando si fermarono a mangiare lungo i bordi dei campi, ebbe modo di far gustare quelle prelibatezze anche al puledro. Tommy gliene fu profondamente grato.
Quando furono sazi, si fermarono all'ombra di una quercia a riposare. Il cavallino raccontò al nuovo amico tutta la sua storia, e rivelò anche il suo grande desiderio. Era la prima volta che si confidava con qualcuno, e alla fine Tommy si sentì molto più sollevato.
Pablito lo studiò ben bene e poi assumendo un'aria seria cominciò un lungo discorso: «Sei molto giovane eppure hai già le idee molto chiares! Ma forse, non sai nemmeno i grandi sacrificis che ci vogliono per diventare campione di dressage.  Dovresti passare la maggior parte del tuo tempo ad allenarti  in una scuola appositas. E questo per moltiiiissiiiimo tiempo! Inooooltre… per diventare ballerinos, dovrai applicarti in un'altra disciplinas molto iiimpegnatiiiva, sotto tutti di vista.»
Pablito tacque studiando la reazione di Tommy.






«Se si tratta di fare sacrifici, sono pronto ad affrontarli, sempre che servino a realizzare i miei sogni! Ma tu, piuttosto, vorresti diventare il mio scudiero?»
Quella domanda lo indignò e Pablito,  scuotendo il suo testone, rispose: «Sacriiiipante! Scudiero iiiioooooo? Ascolta e ricorda muchacho! Mi hai salvato di certo da una vitas dura e difficile, e per dimostrarti la mia gratitudines sarò al tuo fianco. Sono in grado d'insegnarti molti balli. Ti farò da maestro mostrandoti come si balla un focoso Flamenco, o un coinvolgente Paso-doble, oppure un elegante Valzer oltre che lo spagnolo, ma tu mai e poi maiiiii mi dovrai considerare il tuo servitore. Hai capitiiitooo?»
Tommy si sentì mortificato e abbassò la coda e le orecchie, come fosse stato un cagnolino.
L’asinello bofonchiando un po' sottovoce riprese: «Va bene, questa volta ti perdono. Ma ora seguimi, che ti spiego tutto.»
Ripresero a trottare mentre e poco più tardi giunsero a una grande fattoria recintata, dove pascolavano tranquillamente alcuni fieri cavalli.
Pablito non si fermò e con Tommy si avviò verso una stalla un po' appartata.
«Vieni! E' ora che tu conosca un miiioooo amigo!»
«Un amico? Ma non avevi detto che non avevi amici?»
«Ricordo bene cosa ti ho detto! Ma tu deviii smettere di credere tutto ciò che ti raccontano gli sconosciutiii.»
Attraversarono la grande stalla fino in fondo e si trovarono su un'altra pista recintata dove un imponente cavallo bianco stava allenando una puledrina altrettanto candida.
Tommy rimase estasiato da quella soave visione. Lo stallone eseguiva sotto lo sguardo attento della sua allieva dei passi fluidi ed eleganti.
«El my amigo, Cesare! Giulio Cesare! Campionissimo più volte a los olimpiadias di Dressage. E quella è Cleopatra, sua figlia! Tutti i campioni di questa grande disciplinas portano nomi che hanno fatto la storias. Anche tu dovresti trovarne uno che ti ...rappresenti. E in previsiones del fatto che potresti esibirti in coppias con Cleopatra, potresti chiamarti...Marco Antonio.»
«Uhm! Non mi piace quel nome e non mi piacciono le puledre! Sono smorfiose e antipatiche. Non mi esibirò mai con lei!»
Pablito sbuffò, poi riprese: Che ne dici di Sir Lancillotto?»
«Uhm...Sir Lancillotto! Sì, mi piace! E suona anche molto bene!»
«Allora andiamo Sir Lancillotto! Ti presentos al campiiiioooone!»
Cesare salutò con rispetto e con simpatia l’asinello, mentre squadrava dall'alto il cavallino, e ne ascoltava la storia.
Al termine guardò intensamente negli occhi il puledro, ma Tommy non si fece intimidire.
Soddisfatto da quello che vide, Cesare accolse il puledro nella sua squadra ammettendolo a far parte della sua scuola.
Cominciò un lungo periodo di addestramento, che vide il cavallino allenarsi per ore sia con il suo maestro di dressage, che con Pablito il suo insegnante di ballo.
In quei duri mesi di costante fatica sulla pista, Sir Lancillotto imparò tantissimo, anche a lasciarsi cavalcare da Lucilla, una delle ragazzine della grande fattoria. Da lei imparò molto, soprattutto a eseguire i comandi che la ragazza gli impartiva dandogli dei leggeri colpetti di tallone sui fianchi.
Impararono a diventare una cosa unica, lui e la sua biondissima amazzone, e diventò talmente bravo che il suo maestro decise di farlo partecipare alla sua prima vera gara.
Il giorno del debutto Sir Lancillotto era tanto emozionato che gli tremavano i garretti. Ma incitato dall'asinello, da Cesare e soprattutto da Lucilla, riuscì a entrare nella grande arena con determinazione e appena si alzarono le prime note di un melodioso valzer, Lancillotto si sciolse e, dimenticando l'emozione, cominciò la sua esibizione.
Fu un tripudio!
Il più grande e clamoroso successo, lo ottenne quando partecipò alle prime Olimpiadi, e vinse la sua prima medaglia d'oro, sia nel singolo che in coppia con Cleopatra, eseguendo un Paso-Doble meraviglioso e appassionato.
Il pubblico dell’arena si alzò in piedi ad acclamarlo chiedendo varie volte il bis. Tommy fu doppiamente felice quando si accorse che ad ammirarlo vi era anche suo padre accompagnato dal padrone e da tutti i lavoranti delle scuderie.
Furono momenti d'intensa commozione per il cavallino Tommy e per il suo fido scudiero, l'asinello intelligentissimo Pablito.
E solo allora cominciò la vera leggenda di Sir Lancillotto!



Favola pubblicata nella raccolta"Le favole di Gigagiò" edita da Apollo edizioni.

È sempre la mamma

Apro gli occhi e guardo intorno c'è la mamma a darmi il buongiorno, scruto attento e all'improvviso mi accarezza con un s...