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martedì 6 luglio 2021

La leggenda del gelsomino


                 


                  

Quante belle leggende sono nate ispirate da questo candido è incantevole fiorellino, a cui non è mai piaciuto stare da solo e che ha sempre preferito accompagnarsi a tanti altri candidi fiorellini come lui. Un po’ come fanno le stelle ammiccanti nel firmamento, che non sono mai sole e che illuminano con la loro presenza il cielo notturno.





Questo piccolo e delicato fiore, dall’inebriante profumo, ha antiche origini arabe e sono proprio gli amici arabi a tramandarci questa commovente e suggestiva favola.

Sembra che anche le stelle abbiano una madre e che il suo nome sia Kitza. Accadde che un giorno, Kitza, che abitava in un palazzo costruito con nuvole d'oro, mentre stava preparando i vestiti per le sue innumerevoli figliole intessuti con l’elemento più prezioso, venne disturbata da tre lamentose stelline, che protestavano a voce alta per come erano stati cuciti i loro abiti.

Una stellina protestava con vigore perché il suo le sembrava troppo largo, un'altra perché il suo era troppo lungo e la terza, non sapendo con precisione, affermava che essendo povero di gemme, il suo abito non le donava perché non era per nulla splendente.

Inutilmente Kitza le pregò di smetterla di lamentarsi e di lasciarla lavorare. Ma le tre dispettose stelline non sentirono ragioni e continuarono a protestare con veemenza.

In quel momento passava di lì Micar, il Signore degli Spazi immensi, il quale non riuscendo a capire da cosa dipendesse tutto quel fracasso decise di intervenire, mettendovi fine.

“Cosa sta succedendo qui? Cosa è tutto questo baccano?” domandò con voce potente e stentorea.

Le tre stelline sobbalzarono dallo spavento e, perdendo tutta la loro baldanza, divennero docili e sottomesse. Poi, di fronte allo sguardo inquisitore del Sovrano degli Spazi, non poterono nascondere la verità.

Venuto a conoscenza del banale motivo, il re si infuriò, indignandosi e scaraventando le tre stelline come fossero ciottoli sul pianeta Terra.

Ormai trasformate in insignificanti pietruzze, le tre rimasero immobili e grigie, come tante altre pietruzze, altrettanto anonime, stese nel fango.

La madre di tutte le stelle venne presa da uno sconforto infinito e pianse, cadendo in uno stato di inconsolabile dolore. Il suo timore più grande era che gli esseri umani, disprezzandole, avrebbero calpestato e umiliato quelle che erano state le sue splendenti, meravigliose figliole.

Sulla terra, nel frattempo, la Signora di tutti i giardini percepì l'immenso dolore di quella madre e ne ebbe pietà. Allora raccolse le tre pietruzze dal fango e, come era in suo potere, le trasformò in candidi fiorellini.

Nacque così la leggenda di questo incantevole fiore, che arricchisce di bellezza e profumo i nostri giardini, come le stelle illuminano il nostro cielo notturno.

In Italia esiste un'altra versione, altrettanto suggestiva, che narra che il primo a coltivare il gelsomino nel nostro paese fu Cosimo de Medici, il quale ne era talmente geloso, da proibirne la diffusione al di fuori dei giardini ducali.  

Accadde che un giorno, però, un giardiniere ne rubò una pianta per regalarla alla sua fidanzata. La giovane donna apprezzò talmente il dono da decidere di coltivarla, così la piantò nel suo giardino e da quel momento ne ebbe una cura amorevole. 

In seguito, i due fidanzati si sposarono e vissero felici coltivando quella pianta che si propagò talmente, da diventare per loro una fonte inesauribile di reddito.

Da allora in Toscana, la tradizione vuole che le spose aggiungano un rametto di gelsomino nel loro bouquet, in ricordo della fortuna che ebbe quella giovane sposa vissuta al tempo dei Medici e che poi è diventato sinonimo di ricchezza e buona fortuna.


Ricerca effettuata sul web

immagini GifAnimate.com

martedì 16 marzo 2021

Fior fior di primavera

 




Ecco che giunge la primavera,

con aria tersa, fresca e sincera

 mettendo veste novella a quei rami

e colmando i dintorni di soavi richiami.

Avanza odorosa con tocco d'incanto,

aulente e dipinto pone il suo manto,

ali leggiadre a frullare sul prato

di api e farfalle col far delicato.

Fior di ciliegio, di pruno e di pesco,

presto si desta lieto anche il bosco,

così dal letargo escono a frotte

scoiattoli, ghiri, e sin le marmotte.

                

 


Filastrocca pubblicata sul sito Scrivere

Immagini dal web

lunedì 8 marzo 2021

Leopoldo il bruco

 





“Ah, che schifo! Un verme!” gridò qualcuno, vedendo un verme attraversare la strada.

Tutti i giorni la stessa storia. Leopoldo correva il rischio di venire schiacciato da giganteschi piedi lungo i viottoli del parco, doveva sfuggire ai becchi rapaci degli uccelli e strisciare il più velocemente possibile per evitare ruote di macchine e di biciclette, che mettevano a repentaglio la sua già precaria integrità fisica ... e qualcuno gridava “Ah, che schifo!”

Ogni giorno la stessa storia da mane a sera, e come se non bastasse, era evitato da tutti perché nessuno voleva fare amicizia con un verme.

Così, per l'ennesima volta, Leopoldo si sentì umiliato e solo. Strisciò a testa bassa sotto una foglia secca e cercò di sparire alla vista dei passanti. Non ne poteva proprio più di quella vita. “Meglio morire piuttosto che dare fastidio a tutti!” pensò il bruco.   

                   

Una folata di vento, più gelida del solito, lo avverti che l’inverno era alle soglie, ma Leopoldo non ci fece caso, prese ad arrampicarsi lungo il tronco di un albero e strisciò sul primo ramo. Finalmente al sicuro il piccolo bruco si accorse di essere veramente esausto. Sbavò una sottile e morbida coperta di filo bianco nella quale si avvolse e, vinto dalla stanchezza, si addormentò.

                                   

Sognò allora di quella volta che un gruppo di ragazzacci volevo usarlo come esca e in suo aiuto era accorsa una ragazzina dalle trecce rosse. Lo aveva nascosto nel palmo della mano accarezzandolo a lungo e lo avevo confortato con dolci parole. Cosa gli aveva sussurrato? Leopoldo non se lo ricordava più ma, pensando al momento più bello della sua vita, sorrise e si lasciò vincere da un sonno profondo.

Giunse l'inverno. La neve nascose dentro a un piccolo igloo il bruco, che dormì fino alla primavera.

Un mattino Leopoldo si accorse che era ora di alzarsi, perché un intenso tepore riscaldava le sue membra. Allora aprì gli occhi e “Buon giorno mondo!” pensò, poi guardò su e vide il cielo terso e luminoso ... solcato da famelici volatili, guardò giù e vide la verde e soffice terra… che lo aspettava con le sue mille insidie.

“Ahimè, dunque non sono morto” pensò a questo punto il bruco e, rassegnato, si apprestò a riprendere la solita vita da verme.

In quell’istante vide avvicinarsi un mano gigantesca, allora Leopoldo, decise di vendere cara la pelle e si buttò giù dal ramo ... ma quale fu la sua sorpresa quando, invece di cadere rovinosamente a terra, si sentì sollevare in alto! E come strabuzzò gli occhi il piccolo bruco alla vista di due splendide, enormi e colorate ali, che gli erano spuntate sulla schiena!

Leopoldo si librò incredulo e felice nell’aria primaverile, tra l'ammirazione generale e allora ricordò quello che, un lontano giorno, la ragazzina dalle trecce rosse gli aveva sussurrato: “Non avere paura, piccolo bruco. Vedrai un giorno nessuno ti maltratterà più. Come per miracolo ti sveglierai in un mattino di sole e sarai una meravigliosa farfalla ... ti libererai nell'aria tiepida e, finalmente libero, conquisterai il cielo.”                          


Tratta dal sito web l'Avocetta, per gentile concessione dell'autrice Lidia Menorello 


immagini GifAnimate.com 

 

lunedì 1 marzo 2021

Marzo folletto




Ecco che è giunto marzo folletto

che all'improvviso ti fa un dispetto,

col vento concorde nasconde il sole

e piove sui tetti, sui prati e le viole.


                                  

E se l’annuncio è del tempo bello

porta con te sempre l’ombrello,

marzo si sa che è assai bizzoso

ma ha con sé primavera ed è pur generoso.

       

                               


                                                  

Perciò sto mese stai ben attento

e quando si alza forte col vento,

ancor c'è bisogno di sciarpa e cappello

sebbene sia azzurro il ciel acquerello.


            

Filastrocca pubblicata sul sito Scrivere

Immagini GifAnimate.com



sabato 20 febbraio 2021

Fata Paciugo

 

                                                          

Fata Paciugo era una giovinetta molto timida, ed era a causa dell’estrema timidezza che risultava impacciata nei modi e combinava così tanti pasticci, da meritarsi quel soprannome, che poi le sarebbe rimasto per sempre incollato addosso.

Che la fatina fosse schiva, riservata e pasticciona, se ne era resa conto da tempo anche Sibilla,  la presidentessa del Gran Consiglio delle Fate, e quella sera, in occasione della riunione annuale, avrebbe dovuto decidere con le altre del destino della fatina.                

I pastrocchi che la giovane aveva collezionato fino ad allora erano molti e noti in tutto il regno fatato.  Fata Paciugo ne combinava di tutti i colori mescolando le varie formule per gli incantesimi e con la bacchetta magica.

Inoltre, essendo anche un po' grassottella, la fatina non si sentiva nemmeno particolarmente carina e, tendeva a nascondere il suo corpo sotto tuniche molto ampie e abbondanti, che la rendevano ancor più goffa.

In realtà Fata Paciugo si era ormai convinta di essere brutta e avrebbe voluto passare inosservata, senza rendersi conto  che, così facendo, appariva ancor più insignificante e sgraziata. 

La fatina soffriva molto per il suo aspetto fisico  e quella sua tristezza si rifletteva sul viso. Paciugo non sorrideva più da tempo e si era guadagnata la fama di essere una bisbetica, tanto da indurre tulle le altre a evitarla.

Sibilla aveva indetto l’assemblea con all’ordine del giorno una verifica. La decana desiderava che ognuna delle fate presenti occupasse il ruolo che più si confaceva alle sue caratteristiche, e che ognuna svolgesse i compiti per i quali era più portata. Inoltre, l’assemblea, che si svolgeva due volte l’anno durante il solstizio d’inverno e quello appunto d’estate, aveva anche lo scopo di cercare di risolvere i problemi a cui potevano andare incontro le fate nello svolgimento delle loro funzioni.

In quel momento, quello che più preoccupava la decana delle fate era la giovane Paciugo. Sibilla aveva a cuore i sentimenti di tutte le fate, in special modo le più giovani, a cui prodigava generosamente sia consigli che sorrisi d’incoraggiamento.

Paciugo, essendo la più piccola tra le presenti,  le ispirava un forte sentimento materno e avrebbe desiderato seguirla di persona, per aiutarla a superare le sue evidenti difficoltà. 

Fino ad allora, i pochi incarichi che lei stessa aveva affidato a Paciugo, si erano rivelati un fallimento, ed era stato solo per il provvidenziale intervento di una fata più esperta, a evitare che accadesse l’irreparabile.

                                  


La fatina non riusciva mai a portare a compimento una magia perché si emozionava talmente nel momento in cui doveva usare la bacchetta magica, da balbettare la formula. Di conseguenza l’incantesimo non riusciva, o peggio ancora, il risultato era il contrario di quello che avrebbe dovuto essere.

Mentre si consultava con le altre del Consiglio, Sibilla maturò una decisione: era giunto il momento di responsabilizzare la giovinetta, affidandole un incarico che non sarebbe stato molto difficile, ma che sicuramente l’avrebbe aiutata ad acquisire l’esperienza che le mancava, e che soprattutto l’avrebbe spronata a essere più decisa e disinvolta.

Sibilla informò della sua decisione le altre e, naturalmente, l’unica che trovò da ridire fu Arcana, una fata molto severa e intransigente, soprattutto, con le più giovani.

«Perdonami Sibilla, ma non sono d’accordo su ciò che hai deciso. Non possiamo affidare dei bambini alle cure di quella ragazza maldestra. Secondo me, deve ancora acquisire esperienza prima di potersi occupare dei piccoli.»

                                 

«Scusami Arcana - rispose Sibilla - ma come credi che possa acquisire esperienza, se non le diamo la possibilità di poterla fare?»

«Sono fermamente convinta che l’esperienza se la potrebbe fare stando a osservare le anziane!» rispose Arcana un po’ seccata.

«Già! E credi che finora sia servito? Io invece penso proprio che bisognerebbe offrirle la possibilità di maturare, facendo esercizio direttamente. A tutte quante noi è stata offerta questa possibilità quando eravamo giovani e sarebbe giusto fosse così anche per lei.»

Arcana s’inalberò:

«Ma Sibilla, ti rendi conto che se fallisse anche questa volta, il Consiglio potrebbe decidere di farle lasciare il mondo della magia per sempre?»

«Mia cara amica, siamo tutte consapevoli che sarà solo quello che il fato avrà voluto! E con questo, credo non ci sia altro da aggiungere!»


In cuor suo, Sibilla non era affatto sicura così come invece voleva dimostrare.  Il pensiero di un ennesimo fallimento di Paciugo, le incuteva timore. La Fata Maggiore era consapevole del rischio a cui stava sottoponendo la più giovane, ma l'esperienza le suggeriva di non avere scelta.

Eppure, il dubbio la dilaniava. Con l’uso maldestro della bacchetta magica e il balbettio della formula, nessuno era in grado di prevedere l'esito di un incantesimo effettuato da Paciugo.  E se davvero fosse accaduto un disastro, la decana si sarebbe trovata costretta a prendere una drastica decisione togliendole la possibilità di ogni ulteriore magia e stroncandole la carriera luminosa che l'attendeva.

Però in cuor suo Sibilla ormai aveva deciso: fata Paciugo avrebbe accompagnato i bambini al campeggio estivo e siccome giungevano bimbi da tutte le parti del mondo, avrebbe fatto da interprete per tutti quei piccoli che non riuscivano a capirsi per via della lingua diversa. In fin dei conti, non si trattava di un compito molto difficile.  Ogni fata era in grado di parlare tutte le lingue del pianeta, anche quelle molto antiche, ormai perse nella notte dei tempi.

Sibilla rifletté ancora un istante, poi un sorriso dolcissimo le illuminò il bel volto e con un gesto chiamò la fatina per comunicarle la sua decisione:  

«Ho pensato a un nuovo incarico per te, fata Paciugo. Un compito di grande responsabilità, ma che non dovrebbe essere difficile da portare a termine.­­­­­­­»

La fatina arrossì per l’emozione e rispose balbettando:

«Dav…vevero? Un inca…carico  per… me?­­­­»

Sibilla comprese la confusione della giovane e s’intenerì:

«Sicuro! Ripongo tanta fiducia nelle tue capacità e intendo offrirti l’occasione perché tu le metta in mostra. Che ne diresti di occuparti dei bambini del campeggio estivo? Tu dovresti fare loro da interprete. Che ne dici, fatina, te la senti?»

«Cccerto, fata Maggiore!» rispose lei, con tono ancora un po’ tentennante.

Era tanto emozionata da tremare visibilmente e Sibilla se ne accorse. 

«Che ti prende, Paciugo? Perché tremi così? Non stai bene, forse?»

«È sssolo l’emozione, mia signora.» riuscì a rispondere la giovane, con il viso in fiamme per la vergogna. 

Sibilla la scrutò con apprensione e si accorse del labbro tremante, come se la ragazza fosse sul punto di scoppiare in lacrime.  Accortasi dell’esame a cui era sottoposta, gli occhi della fatina si sgranarono sulla decana colmi di aspettativa e Sibilla non ebbe il coraggio di non affidarle l’incarico appena deciso.

                                    

«Allora siamo d'accordo. L'incarico è tuo. Mi raccomando, impegnati con tutte le tue energie e non mi deludere Paciugo. Non hai altra possibilità per dimostrare di essere veramente una fata.» 

Sibilla perse ancora un po’ di tempo a spiegare, perché voleva essere certa che la giovane memorizzasse i suoi consigli.  E quando Paciugo le diede conferma di aver capito, la congedò, con nel cuore la speranza che riuscisse a portare a termine l’incarico nel migliore dei modi.

«Che la luce delle stelle ti sia propizia, mia giovane fata!» la salutò, mentre Paciugo si allontanava sprizzando felicità da tutti i pori.

Farfallina, la dolcissima, minuscola fata munita di ali iridescenti, aveva seguito con attenzione il dialogo e, appena terminato il colloquio, si librò con estrema grazia raggiungendo fata Paciugo con l’intenzione d’incoraggiarla.

Mentre ritornava nel suo alloggio, la contentezza della fata pasticciona si era già dissolta come neve al sole trasformandosi in profonda preoccupazione.

«Che ti succede, Paciugo? Non sei contenta dell’incarico che ti ha affidato fata Sibilla?» le domandò Farfallina, accostandosi con dolcezza.

Paciugo scrollò le spalle, in modo sconsolato: «Ho detto a Sibilla di essere molto felice dell’incarico che aveva pensato per me e che me la sentivo, ma poi, ripensandoci, non credo proprio di essere in grado di assolverlo.»

Farfallina la toccò con la sua bacchetta magica, che emanò un pulviscolo di stelline luminose e le disse:

«Non ti preoccupare, fatina. Quando arriverà il momento saprai trovare dentro te la soluzione  giusta a ogni problema  che ti si presenterà. Devi solo avere più fiducia in te stessa. Se lo farai, scoprirai di avere risorse incredibili. Forza fatina, va incontro al tuo destino con determinazione e coraggio, ma soprattutto non dimenticare mai di far dono ai bimbi del tuo splendido sorriso. Li conquisterai e finirai per farti comprendere meglio.»

Paciugo spalancò i suoi occhi sorpresa per il gesto magico compiuto da Farfallina e conquistata dalla sua grazia le rispose:

«Per te che sei così carina e dolce, è facile parlare  Hai avuto un grande dono da madre natura: sei nata molto carina e naturalmente dotata di quella grazia che gli altri non possono fare a meno di sorridere deliziati nel vederti. Mentre io... sono così goffa e maldestra. Vedi, Farfallina, a volte dispero proprio di diventare una vera fata.»

La frase di Paciugo finì in un fiume di lacrime e Farfallina si sentì stringere il cuore dalla tristezza, poi nella sua mente cominciò a delinearsi un'idea, e sempre ammiccando con dolcezza, costrinse delicatamente Paciugo a guardarla:

«Ti ripeto, devi solo acquisire esperienza, e avere più fiducia in te stessa. Sono sicura che fata Sibilla abbia indovinato destinandoti al campeggio estivo con i bambini. In quanto alla bellezza, tu lo sei, dentro e fuori, e lo sei talmente che si riflette tutta nel tuo viso, quando sorridi. E poi, per quanto riguarda il sovrappeso, dovresti cercare di muoverti di più, senza fare grossi sacrifici con diete assurde. Ora che andrai al campeggio, approfitta di ogni scusa per fare movimento. Con i bambini non ci dovrebbero essere tanti problemi, no?»

«Cercherò di ricordarmi ciò che mi hai detto, Farfallina! E grazie!» esclamò con sguardo riconoscente Paciugo.

«Grazie a te per avermi ascoltata. Ciao fatina, e buona fortuna!»

«Ciao Farfallina!» Paciugo salutò con sguardo ammirato la sua piccola amica e, poco dopo si avviò verso il campeggio.

I primi giorni si posizionò all'ingresso del grande e variopinto accampamento, che in pochissimo tempo si riempì di suoni e di voci squillanti.

Paciugo dava il benvenuto ai bimbi che accompagnati dai genitori fino al cancello, salutavano nella loro lingua madre.

«Ciao, Hello, Hola, Hallo, Kalimera, Sayonara, Bonjour» e la fatina rispondeva «Benvenuti, Welcome, Willkommen, Benvenute, Tschuss.» insomma dopo un po', con tutte quelle lingue cominciò a fare una grande confusione, non capì più nulla e iniziarono i guai. Si disse, per farsi coraggio, che si trattava solo dei primi giorni, e che pian piano la situazione si sarebbe normalizzata. Ma nonostante i suoi continui sforzi e la sua buona volontà, le cose peggiorarono fino a che perse il controllo della situazione.

                                    


Paciugo faceva del suo meglio per fare divertire i bambini; si sforzava sempre di trovare nuovi giochi, cercando di esprimersi il meno possibile. Ormai si era accorta che quando parlava mescolava parole di francese con l'italiano, il tedesco con l'inglese, il giapponese con il cinese; insomma faceva un miscuglio in cui si capiva solo lei. Quando si rivolgeva ai bambini, questi sgranavano gli occhi, senza capire alcunché. E la stessa incomprensione si ripeteva nei giochi.  I piccoli non capivano cosa Paciugo volesse da loro.

In un momento di sconforto la fatina ripensò ai suggerimenti di Farfallina e stava giusto pensando a un bell'incantesimo, quando le venne in mente che, per la sua timidezza, la magia probabilmente non sarebbe riuscita.

All'improvviso ebbe un'idea! E se avesse sfruttato tutte le lingue parlate nel campeggio? E se avesse inventato lì per lì, mettendo insieme varie parole di lingue diverse per esprimere un concetto, anche solo una frase, ma che avesse un significato uguale per tutti?

Se avesse insegnato ai bimbi una sola lingua globale, unica, che le racchiudesse tutte?  Quel pensiero iniziò a farsi strada nella sua mente e la fatina vi dedicò tutta la sua attenzione. Infine, prese una decisione: avrebbe insegnato ai bimbi, anzi, avrebbe inventato per loro una nuova, semplice lingua, ma non solo; per rendere il suo apprendimento alla portata di tutti, anche ai più piccoli, avrebbe insegnato loro a suon di musica, di canti e di balli. L’idea le piacque talmente tanto, che la mise in atto quel giorno stesso.                                   

E così, nel campeggio, iniziarono ad alzarsi canti e balli, ma l’aspetto più entusiasmante, furono le risate gioiose dei bimbi. Tutti si divertivano un mondo, ma soprattutto stavano imparando una lingua universale.

Un’altra cosa straordinaria che accadde, fu che i pasticci che fata Paciugo combinava con i suoi incantesimi, finirono per diventare fonte di tante piccole sorprese per tutti i bambini; così era stato per l'incantesimo del coniglietto, del gattino e del cagnolino; invece dei pelouche evocati dalla fata, erano apparsi i cuccioli veri. E ancora: quando Paciugo si era concentrata per far apparire una palla, al suo posto erano apparse tante bolle di sapone iridescenti, ma i bambini furono ancora più contenti, perché le bolle erano talmente grandi da poterci entrare dentro, e non solo; una volta preso posto all'interno, la bolla magica si librava fluttuando nell’aria, proprio come se fosse senza peso, trasportata dal vento gentile, un po’ di qua e un po’ di là, e i bambini ridevano felici dall’alto delle nuvole.

Insomma, quelle magie pasticciate finirono per diventare un nuovo, divertentissimo gioco, perché i bambini aspettavano con gioiosa trepidazione il risultato di ogni singolo incantesimo: con fata Paciugo non si sapeva mai come andava a finire.

La fatina finalmente era felice; aveva trovato uno scopo nella vita, si divertiva e nello stesso tempo si rendeva utile donando un po’ di gioia. Infine, anche lei sentì di essere diventata importante per qualcuno, perché ora i bimbi la guardavano con stupore e ammirazione.

                           


Ben presto si rese anche conto che in loro compagnia, aveva iniziato a dimagrire e questo perché durante il giorno non stava un attimo ferma. Tra le corse, il girotondo, le passeggiate a piedi o in bicicletta, arrivava alla sera che si sentiva sfinita, ma si addormentava sempre con il sorriso sulle labbra, e così si risvegliava, felice di vivere una nuova giornata con i bambini di tutte le nazionalità.

Finalmente anche fata Paciugo aveva trovato la sua strada e le altre fate potevano stare tranquille.

 

                  


Favola di Vivì già pubblicata sul sito Scrivere

Immagini Pinterest e GifAnimate.com

sabato 13 febbraio 2021

Volano le favole: I nasetti rossi





Distesa nel suo lettino dell’ospedale, Margherita, una ragazzina di otto anni, osservava le candide pareti e l’altrettanto candido soffitto.
In quella stanza non c’era un briciolo di colore e quella tinta immacolata si amalgamava perfettamente al panorama immacolato che s’intravedeva oltre i vetri.
In effetti, stava nevicando fitto fitto. Un vero peccato non potersi alzare e andare alla finestra, il tubo della flebo, che immetteva il medicinale nelle vene, glielo impediva.
Margherita sospirò. Doveva avere pazienza e accontentarsi di ammirare la danza dei fiocchi dalla sua posizione. Era una ragazzina paziente e sopportava bene i dolori e i disagi che le causavano la sua grave malattia e di pazienza ne occorreva davvero molta nel periodo delle cure a cui era costretta.
Un lamento proveniente dal lettino accanto al suo attirò la sua attenzione: «Non piangere, Diego. Vedrai che starai meglio appena terminata la cura.»
Il paziente del letto vicino era un ragazzino di un paio di anni più piccolo, ammalato della sua stessa patologia, che lei cercava sempre di confortare, quasi fosse un fratellino.
La testa rasata del piccolo rendeva il suo visetto sofferente ancora più smunto di quanto in realtà fosse e Margherita avvertì una stretta al cuore.
«Coraggio! Stringi i denti! Manca poco alla fine del trattamento! Poi, se te la sentirai, possiamo giocare a dama o con le carte.»
Il ragazzino mosse appena la testa tenendo ben serrate le palpebre e lei insisté: «Ma se non ti va, posso invece raccontarti una favola.»
Questa volta Diego riaprì gli occhi e la guardò, interessato: «Me ne racconti una nuova?»
Margherita sorrise, contenta di essere riuscita a distrarlo: «Che ne diresti di una fiaba sulle note musicali?»
«Raccontamela subito, per piacere. Almeno dimentico un po’ il dolore!»
La ragazzina iniziò il suo racconto: «Vedi quell’albero fuori?»
«La nostra amica quercia!» rispose in modo saputello Diego.
«Sì, d’accordo, ma non si tratta soltanto di una semplice quercia, bensì di un Tronco Melodioso! Ebbene tra i suoi rami vi abitano degli strani animaletti.»
Diego volse il capo verso il punto indicato e vide i rami della quercia, imbiancati dalla neve, protesi quasi che volessero sfiorare i vetri della finestra.
«Tronco Melodioso? Mai sentito! Ma spiegami un po’, cosa intendi per strani animaletti?»
«Intendo dire che non ho mai visto in nessun libro o documentario creature altrettanto bizzarre. Sono esserini minuscoli e assai graziosi, pelosetti con orecchie grandi e appuntite. Hanno una lunga coda prensile, come le scimmie, e nel loro musetto spiccano gli occhi grandi, dorati, eternamente sgranati oltre a un buffo, buffissimo naso rosso.» La ragazzina sorrideva divertita nel descriverli: «Hai presente quello dei pagliacci? Ebbene, proprio così!»
«Devono essere proprio buffi, allora!» esclamò Diego, divertito. «Ma io non vedo niente!» aggiunse, sollevandosi a sedere. «Dove sono?»
«In realtà non è così facile vederli. Si tratta di creature timide, piuttosto restie a mostrarsi agli umani.»
«E come mai tu sei riuscita a vederli?»
«Sono una ragazza fortunata! Sai che sono riuscita addirittura a parlare con loro?»
Diego, ormai dimentico del suo male, sgranò gli occhi: «Mi stai prendendo in giro!»
Margherita sorrise comprensiva: «Lo so che è difficile credermi, ma ora proviamo a chiamarli e se siamo fortunati, potrai verificarlo da te.»
«Come facciamo a chiamarli? Hanno un nome come noi?»
«Io li chiamo Squizzi e a ognuno ho dato un nome: Tam, Tem, Tim, Tom, Tum, Tamtam e infine, Tomtom. Ma per attirare la loro attenzione proveremo a fischiare a modo loro. Ti mostro come fanno e poi proviamo insieme. Sei pronto?»
Diego fece una smorfia scettica, ma poi acconsentì ugualmente: «Pronto!»
Lei mise i due indici in bocca e iniziò a modulare dei sibili acuti, imitata subito dal ragazzino.
Per qualche secondo non accadde nulla e il richiamo venne ripetuto alcune volte, con lo sguardo di entrambi puntato sui rami innevati.                 

Poi e all’improvviso, comparve un primo musetto timido, seminascosto dalla neve ammucchiata. O meglio, apparvero un paio di occhi dorati, immensi e sgranati sui due bambini. Subito dopo ne apparvero un altro paio e poi un altro e un altro e un altro ancora, poi sette lunghi ciuffi inalberati al cielo e sette nasetti rossi, proprio come li aveva descritti Margherita poco prima.
«Oh!» mormorò Diego rimasto basito e senza parole.
«Hai visto? Siamo proprio fortunati!» ribadì Margherita.
«Sembrano usciti da un cartone animato!» esclamò il piccolo malato con un gran sorriso.                          
«Te lo avevo detto che sono buffi! Ora provo a convincerli ad avvicinarsi così potrai osservarli meglio.» Poi, abbassò il tono di voce fino a farlo diventare un bisbiglio.
«Venite fuori, piccoli amici. Non abbiate paura!» li esortò la ragazzina. «Sono proprio felice di rivedervi.»
Le creaturine scossero la testa rimanendo nascosti, e lei insistette: «Venite! Vorrei presentarvi il mio amico Diego.»
«Perché parli così piano?» le domandò lui.
«Non voglio che si spaventino. Anzi, se dovessero avvicinarsi, mi raccomando, non alzare mai la voce. Scomparirebbero in un battibaleno.»                       

Lo Squizzi leggermente più grande sembrava molto interessato a ogni movimento e a ogni cenno che si scambiavano i due amici, poi, preso coraggio avanzò di un passo studiando la situazione e solo quando si sentì tranquillo balzò sul ramo più vicino alla finestra.
Senza emettere nemmeno uno squittio, lo Squizzi spiaccicò il suo bel nasetto rosso sul vetro e si mise a scrutare con attenzione il piccolo Diego, gli altri Squizzi lo imitarono subito schiacciando, a loro volta, il simpatico nasetto contro il vetro.
Erano talmente buffi che il ragazzino non riuscì a trattenersi e scoppiò in una sonora risata.
«Lui è Tam, il capobanda, quello dietro è Tem, poi viene la piccola Tim, poi c’è Tom e Tum e, infine, quelli più piccoli sono Tamtam e Tomtom.»
«Guarda! Si stanno coprendo di neve. Facciamoli entrare.» propose Diego.
Margherita, seppure a fatica, si avviò alla finestra trascinandosi dietro il supporto che sosteneva la flebo, quindi aprì l’anta.
Le creaturine rimasero un attimo indecise, poi, con un solo balzo entrarono nella stanza.
Dopo qualche istante di esitazione Tam si mosse, avvicinandosi al letto del piccolo malato seguito subito dagli altri.
Gli Squizzi salirono sul letto circondandolo e Diego rimase, oltre che interdetto, anche un po’intimidito.
«Non aver paura.» lo avvertì Margherita «Vogliono solo cantarti una canzoncina.»
«Cosa? Sanno cantare?»
«In realtà loro sono i Portatori delle Sette Note Musicali. Ognuno di loro rappresenta una nota: do, re, mi, fa, sol, la, si, do.»

Come a sottolineare le ultime parole della ragazzina, ogni Squizzi emise un suono, per nulla stridulo ma, al contrario, assai melodioso.
Do, cantò Tam. Re cantò Tem, Mi emise Tim e via di seguito fino a Tomtom che concluse con Do. Poi, tutti insieme e sotto lo sguardo incredulo di Diego, iniziarono a modulare un motivetto:

Col poco tempo a nostra disposizione
abbiamo composto questa sciocca canzone
ma  ascolta ragazzo, e guardaci in viso
vorremmo donarti molta gioia e un sorriso.    
Sappiamo bene quanto sembriamo buffi
con i nasi rossi e con questi alti ciuffi
ma or siamo qui e se ci dai la mano
ti portiamo in volo, ti portiamo lontano.

mercoledì 10 febbraio 2021

Panzerotto e i pupazzi di neve

                                                                                     


Panzerotto! Che strano nome gli avevano affibbiato i bambini quell'estate e questo perché con il papà, che li aveva

aiutati, avevano abbozzato anche un corpo al fantoccio.

«Pare un salsicciotto!»

«A me sembra un panzerotto!»

Salsicciotto e panzerotto e alla fine, avevano tirato a sorte il secondo.

Panzerotto era uno spaventapasseri speciale e ricordava ogni momento della sua nascita.                     

I bimbi, due maschi e una femminuccia, con l'aiuto del papà, avevano piantato un lungo bastone nel terreno, ne avevano legato uno un po' più corto in orizzontale, appallottolato paglia e stracci per la testa e il corpo  rivestendolo poi con una vecchia salopette rattoppata, una camicia a quadri   e della paglia utilizzata per simulare i capelli.

Eppure, il giorno della sua nascita non fu felice per lui. I bambini avevano  dimenticato di mettergli gli occhi, il naso e la bocca.                            

                                   

Come poteva essere felice di esistere senza poter guardare il mondo intorno, senza poter respirare l'aria pura e i profumi primaverili; senza poter cantare con il gallo la sveglia del mattino e, infine, senza poter ascoltare il concerto melodioso degli uccellini.             

No! Panzerotto non era affatto contento di essere venuto al mondo e per giorni se n'era rimasto immobile sotto il sole e in balia del vento.                  




Ma un giorno, la bimba, che si fermava spesso a osservarlo, domandò alla mamma di cucire due grandi bottoni azzurri per simulare gli occhi e due belle labbra rosse per la bocca. Poi, il papà gli sistemò anche un naso molto buffo, come quello dei pagliacci e per finire, meraviglia delle meraviglie, due conchiglie posizionate ai lati della testa.

Solo allora Panzerotto si sentì uno spaventapasseri felice.

Ogni sorgere del sole e ogni tramonto trovava fosse un incanto; ogni mattina si svegliava con il canto del gallo, e ogni pomeriggio assisteva ai giochi dei bimbi, ascoltava i richiami e i canti degli uccelli e aspirava i profumi dei fiori.

Panzerotto divenne amico di tutti e anche se era uno spaventapasseri, non era nato per fare la guardia alla frutta e alla verdura dell'orto, ma solo come gioco per i bambini.

Il fantoccio era contento del suo compito perché variava sempre. Una volta diventava una sentinella, una volta faceva da palo per i ladri, altre volte doveva fare il soldatino. 

                                                            

Oltre a giocare con i bambini, anche le api, le farfalle e gli uccellini divennero suoi amici e spesso e volentieri si posavano sulle sue braccia tese, per tenergli compagnia.

La primavera finì e venne l'estate, ma anche la stagione calda terminò presto e con settembre i bimbi tornarono a scuola. Panzerotto rimase solo in mezzo al prato del giardino.

I giochi, le rincorse e gli schiamazzi gioiosi erano terminati. Le rondini e gli uccelli migrarono e persino le cicale smisero di frinire.

L'autunno portò le piogge, il vento e la caduta delle foglie.

All'inizio il mondo intorno allo spaventapasseri si arricchì di tinte calde e suggestive: giallo, dorato, rosso vermiglio, ma dopo pochi giorni tutto rinsecchì e gli alberi divennero scheletrici.

Quanta tristezza e che malinconia!

La nebbia avvolse i dintorni e l’animo di Panzerotto s’incupì, come il cielo gravido di nuvole grigie.                      

Solo e abbandonato a se stesso si piegò alla furia del vento, che gli strappò la camicia e gli portò via il cappello.

Passò molti giorni in balia del cattivo tempo e stava rischiando di essere trascinato via quando, per fortuna, la mamma si accorse di quanto stava accadendo e pregò il papà di metterlo al riparo nel ripostiglio degli attrezzi dell’orto.

Panzerotto poté tirare un sospiro di sollievo. Gli era stata data la possibilità di riposare tranquillo e dai grandi finestroni del locale, poteva ancora ammirare il paesaggio all'esterno.

I giorni passarono in fretta e con l'inverno arrivò la prima neve.

Per lui, nato la primavera precedente, era una novità assoluta. Non l'aveva mai vista e si soffermò a osservare meravigliato l'incanto della danza dei fiocchi.

La nevicata durò per qualche giorno e il mondo fuori dallo scantinato si rivestì con un manto immacolato.

Quando la tempesta terminò, Panzerotto vide il papà dei bambini trafficare con fili di luci colorate, che avvolgeva intorno alle chiome degli alberi sempreverdi e intorno alle finestre della casa.

Alla sera le luci si accendevano, rendendo il paesaggio magico e stellare ai suoi occhi.

Un giorno, vide tornare i bambini nel giardino e giocare con la neve. Lui non poteva saperlo, ma erano iniziate le vacanze di Natale ed essendo le scuole chiuse, tutti i bambini erano a casa.

Le urla gioiose e gli schiamazzi tornarono a rallegrarlo. Panzerotto assistette alla guerra con le palle di neve, a cui partecipavano anche mamma e papà e lui, che non aveva niente altro da fare, si divertiva a guardarli.                     

Poi, smisero di giocare e iniziarono a compattare grosse porzioni di neve ricavandone una grande boccia e un'altra molto più piccola, che posizionavano sulla prima.

Sotto il suo sguardo incuriosito prese forma un buffo e tarchiato pupazzo di neve, a cui i bambini misero gli occhi, il naso e la bocca. Poi con una sciarpa e un cappello terminarono l'opera. Ripeterono gli stessi gesti ancora una volta e un secondo pupazzo di neve prese forma accanto al primo.

                                                                                        

Per un po’ i ragazzini rimasero a giocare intorno alle loro creazioni, poi venne freddo e buio e il silenzio ritornò sul prato innevato.

Fu all’improvviso che Panzerotto si sentì osservato.

I due pupazzi senza nome, lo stavano studiando con attenzione.

Panzerotto avvertì fastidio ma, bisognoso di compagnia provò a fare amicizia.

I Senzanome, così decise di chiamarli, non risposero a nessuna delle sue domande e rimasero a scrutarlo in modo malevolo, finché non scese la notte.                 

Il mattino dopo i due erano ancora lì a guardarlo e lo spaventapasseri decise di ignorarli.         


Dopo poco iniziarono le urla e i giochi dei bambini. I due pupazzi vennero presi come bersaglio per le palle di neve e a furia di essere colpiti, le loro belle facce paffute finirono per rovinarsi. A fine mattinata rimasero in piedi soltanto le due grosse palle rotonde, che erano stati i loro corpi.

A quel punto, il gioco divenne noioso e i bambini tornarono a casa.

Dispiaciuto, Panzerotto rimase a guardare con aria mesta quel poco che rimaneva dei due pupazzi. Certo, il giorno prima a lui non avevano dimostrato molta simpatia, ma non meritavano nemmeno di essere distrutti.

Una folata improvvisa e violenta spalancò la porta del locale in cui era stato riposto e, preso dalla smania improvvisa di uscire, Panzerotto saltellò in modo buffo verso l'esterno.         Che gioia scoprire di non essere soltanto un bastone rinsecchito e inanimato coperto di stracci. Lui si sentiva vivo. Vivo e libero di muoversi. Fuori era molto freddo e in giro non c'era più nessuno.                            


Lo spaventapasseri scrutò desolato i miseri resti di neve ghiacciata domandosi se poteva fare qualcosa per aiutare i due pupazzi. “Se avessi due braccia e due mani vere potrei ricostruirvi, ma così non posso fare nulla!” si disse sconsolato.

In quel momento, come per incanto, si ricordò della filastrocca che scandivano i bambini:

        

 Regina candida delle nevi

    i giorni freddi saranno assai brevi,

  regina del ghiaccio e della tormenta

   a noi il tuo gelo non ci spaventa!

 

Allora Panzerotto scandì il suo desiderio: «Regina, regina delle nevi! Ti prego! Donami la vita per un'ora soltanto, così che possa a mia volta ridonare la vita a questi due pupazzi.»

La sua preghiera venne raccolta dal vento e arrivò nel regno di ghiaccio, dove viveva la candida dama, chiamata appunto “regina delle nevi.”

La bianca dama, in genere gelida e indifferente nei confronti degli umani e di tutto ciò che li riguardava, lesse nel cuore dello spaventapasseri e per un attimo il gelo della sua indole si sciolse.

«Ti accontenterò! Avrai un'ora di tempo, poi tornerai a essere quello per cui sei nato!»

La candida regina soffiò una nuvola gelata, che avvolse Panzerotto.

Quando la nube si dissolse, l'incantesimo era compiuto. Lo spaventapasseri era diventato una creatura vivente, con due braccia e due gambe.

Felice di potersi muovere, camminare e agire come una persona, Panzerotto si mise all'opera.

Compattò tra le mani grosse porzioni di neve, così come aveva visto fare ai bambini e ridonò forma ai due pupazzi.

Lavorava con così tanto impegno e con tanto trasporto, che il ghiaccio si compattò in modo da prendere la consistenza di una roccia. I bambini non sarebbero più riusciti a distruggerli, né tantomeno sarebbero riusciti i raggi cocenti del sole d’estate a sciogliere la neve.

Panzerotto, senza saperlo, stava compiendo un vero prodigio.

Mentre lavorava, però, sembrava non accorgersi del freddo e le sue mani ben presto si illividirono. Essendo stato ideato con il caldo e per la bella stagione era stato rivestito di indumenti leggeri, che non potevano ripararlo dal gelo, specie ora che era stato trasformato in un essere umano.

Quando terminò, i due pupazzi lo fissavano ancora con aria corrucciata, come se non fossero per niente contenti del suo lavoro.        

Panzerotto ci rifletté e poi cambiò la loro espressione mettendo al rovescio il bastoncino utilizzato per le labbra e sollevandole in un sorriso. Come per magia, gli occhi divennero subito ridenti e i volti dei pupazzi si accesero di simpatia.

I Senzanome sembrarono prendere vita e seppure tremebondo per il gran freddo, lo spaventapasseri pensò di dare a entrambi un nome.

«Gelsomina e Camillo! Vi chiamerò così!» esclamò, abbracciandoli.              

             

Purtroppo, in quel momento un senso di gelo si propagò dalle sue gambe al tronco e poi risalì ancora, ghiacciando le sue braccia e le mani.  In pochi secondi il corpo di Panzerotto si trasformò in una statua di ghiaccio.

Quando il mattino dopo i bimbi tornarono a giocare in giardino trovarono i due pupazzi di neve intatti e molto più belli di prima e disteso per terra, inanimato e ghiacciato, lo spaventapasseri costruito con il loro papà.

Inutilmente si domandarono chi avesse ricomposto i due pupazzi e chi avesse portato fuori dal ripostiglio il fantoccio.

«È tanto malridotto che sarebbe da buttare o da bruciare nel fuoco!» dissero i bambini.

Ma il papà intervenne: «Ma no! Vedrete che lo aggiusteremo!» affermò, afferrando il fantoccio e riponendolo nel ripostiglio. «È molto meglio che se ne stia al riparo.»

Mentre fuori riprendeva a nevicare il corpo del fantoccio si sgelò e riaprì gli occhi, quindi, dal finestrone Panzerotto rivide Gelsomina e Camillo che gli sorridevano e lui pianse di gioia.

                                            

               


Favola pubblicata sul sito Scrivere

Immagini GifAnimate.com



La leggenda del gelsomino

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