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giovedì 14 ottobre 2021

La leggenda della felicità

 







Dov'è la felicità?

"Il Cuore si rivolse al Vento:

"Tu che soffi sulle foreste più fitte, ti prego, dimmi dove è la felicità!"

Il Vento soffiò, soffiò, soffiò ovunque, ma non la trovò.

                           

                                                                            

Il Cuore si rivolse al Sole:

"Tu che splendi sulle montagne più alte, ti prego, dimmi dove è la felicità!"

Il Sole guardò, guardò, guardò ovunque, ma non la trovò.

                                                       

Il Cuore si rivolse all'Acqua:

"Tu che raggiungi anche le terre più lontane, ti prego, dimmi dove è la felicità!"

Ma neanche l'Acqua poté aiutarlo.

    

Il Cuore si rattristò.

Pianse, dicendo:

"Allora la felicità non esiste!"

                                           


In quel momento la Luna si affacciò da dietro una nuvola e facendo capolino sorrise:

"Non puoi cercare la felicità, la puoi solo trovare... è dentro di te!"


Leggenda del popolo amazzonico Anambè.

Immagini GifAnimate.com e dal web

 

 

 

venerdì 8 ottobre 2021

La leggenda della vite

 

 



Un’antica leggenda calabrese narra che una volta la vite era una pianta dal bel fogliame verde e rigoglioso, che però non offriva frutti.

Accadde che un giorno un anziano contadino, stanco e demoralizzato per quell’unica pianta del suo podere che rimaneva del tutto improduttiva preoccupato che facesse troppo ombra alle altre piante impedendone la crescita decise di tagliarla.





Seppure a malincuore agì con estrema decisione e della bella vite rimasero solo pochi rami del tutto spogli.

Ridotta in quelle condizioni la povera pianta si disperò e iniziò a piangere lacrime amare. Cosa aveva mai fatto di male e che motivo aveva ancora di vivere, ridotta così a un tronco secco senza tralci e senza foglie?  

Un piccolo usignolo, che ogni sera al tramonto si posava per cercare riparo tra i rami della vite percepì tutta la disperazione e la malinconia della sua amica pianta e ne condivise la sofferenza.

                                                                   

«Non piangere più! – disse, tentando di consolarla – Io canterò per te e tutti sapranno quello che ti è successo!»

Per dieci sere di seguito continuò a cantare espandendo nell’aria le note soavi della sua ugola d’oro e il suo canto melodioso arrivò fino in cielo.

Le stelle quella sera si affacciarono sulla Terra e ascoltarono commosse la storia cantata così dolcemente dal piccolo volatile canterino e piansero inondando di lacrime la povera pianta.

La vite avvertì lunghi fremiti in tutte le sue fibre e si sentì piacevolmente rinvigorire. L’uccellino rimase con la pianta e il mattino dopo, al sorgere del sole, divenne testimone di un prodigio: sui rami spogli della vite iniziarono a spuntare delle gemme, che lentamente si schiusero, formando nuovi germogli. In poco tempo quei germogli generarono nuovi pampini e verdi viticci, che avvolsero con tenerezza le zampette dell’usignolo in segno di affetto e gratitudine.                                

Tutte le lacrime versate dalle stelle diedero origine a chicchi succosi dell’uva, che il sole baciò, indorandoli e maturandoli.

La leggenda narra che così nacque l’uva, il frutto che possiede l’energia delle stelle, la dolcezza del canto dell’usignolo e la stessa luce delle sere d’estate.



Ricerca effettuata sul web e rielaborata dall'autrice del blog.

Immagini dal web  

venerdì 1 ottobre 2021

La leggenda dell'autunno

 



Questa bella leggenda ha inizio tanto tempo fa quando i boschi erano immensi e rigogliosi, ricchi di fiori e di vegetazione, ed erano abitati da tanti animali e persino da alcune piccole creature chiamate folletti.

                                           

A quei tempi una passeggiata in un bosco era già molto istruttiva e poteva riservare tante piacevoli sorprese, perché queste piccole creature vivevano felici e gioiose e girovagavano spandendo allegria nei dintorni.  Tra loro vi erano anche quelli più coraggiosi o impudenti che non avevano nessun timore di mostrarsi.




I folletti amavano soprattutto la bella stagione, quando il sole era alto, le ore di luce più lunghe e i colori delle piante e dei fiori erano vividi e brillanti. Ma si sa che le stagioni si alternano e lo hanno sempre fatto, così venne anche il giorno che il sole prese a calare sempre più presto, le ombre ad allungarsi su tutto il bosco e l'aria iniziò a rinfrescarsi.

                                                    

                                                   

Tra i tanti folletti vi era anche Timothy, che osservava sempre più preoccupato l’avvicinarsi dell’autunno. Gli amici animali si affannavano a cercare di rendere più calde le tane e a fare le scorte di cibo per l'inverno.

Il piccolo Timothy scrutava il cielo e vedeva stormi di uccelli alzarsi in volo per migrare verso le terre più calde. Mentre osservava tutto ciò il folletto desiderò molto avere le ali per poter volare lontano ed evitare l'arrivo della stagione più fredda.

                                       

Anche i suoi compagni iniziarono a darsi da fare. Si aggiravano in modo frenetico per il bosco a raccogliere la legna, i funghi, le castagne e le nocciole per rifornire le dispense e prepararsi ad affrontare al meglio il lungo periodo invernale.

Timothy rimase tristemente fermo per  parecchio tempo a osservare il lavorio dei compagni, che inutilmente lo sollecitavano a muoversi e ad aiutare.

Lo sconsolato folletto si mise a pensare e all'improvviso gli venne una bella idea: perché non organizzare una festa per salutare l'estate e l’arrivo dell'autunno? L'idea gli piacque così tanto che corse a dare la notizia ai compagni che, a loro volta, accettarono con gioia l'idea. Solo pochi tra loro esitarono, timorosi della reazione degli alberi. Gli alberi erano considerate creature serie, arcigne e severe che non sopportavano la confusione e il rumore e con gli allestimenti e i decori vari che occorrevano perché una festa riuscisse bene, di rumori e di caos i folletti ne avrebbero prodotto molto.  

Allora Timothy propose di agire con l'oscurità, quando anche i signori alberi si riposavano e dormivano.

Quella stessa notte, con il chiarore e il sorriso della luna e l’ammiccare delle stelle, i folletti salirono tra i rami e dipinsero le foglie di giallo, marrone e rosso lasciando un tocco di verde qua e là.

Il mattino dopo, al risveglio della natura, anche gli alberi rimasero senza fiato per lo spettacolo. La festa poi fu un successone e le danze i canti si prolungarono tutto il giorno, con la partecipazione degli altri abitanti del bosco.

Quando scesa la sera i folletti si apprestarono a rimettere in ordine e  a ridipingere le foglie di verde, il grande castagno, l'albero più anziano e autorevole del bosco, dopo essersi consultato con i compagni domandò ai folletti di lasciare le cose così com'erano perché il bosco non era mai stato così bello, colorato e suggestivo. D’altronde, la fatica di ridipingere sarebbe stata inutile, perché da lì a poco le foglie sarebbero cadute in modo naturale.

                                                 

I folletti esaudirono il desiderio degli alberi e, da allora, prima che il gelido vento invernale spogli del tutto gli alberi dal fogliame, la natura si dipinge di oro e di rosso offrendo all’umanità uno spettacolo mozzafiato.

                                                          

        

Leggenda trovata sul web e rielaborata dall'autrice del blog. 


mercoledì 29 settembre 2021

Ben, il pesciolino volante











Ben era nato nel grande acquario di un negozio di animali in una tiepida mattina di primavera, insieme a tanti fratellini e sorelline.

Apparteneva al genere dei pesci pagliaccio, e aveva un carattere scherzoso e allegro, sempre pronto a dire una parola buona a chiunque ne avesse bisogno e disponibile con tutti.

Era il beniamino di tutti, per questo lo chiamavano Ben, diminutivo appunto di Beniamino.

Il piccolo si svegliò quel giorno felice come sempre di condividere il suo tempo con tanti coetanei rincorrendosi o giocando a nascondino tra i sassi e tra i ciuffi d'alga che galleggiavano nella vasca.


                                


Ma quel giorno, purtroppo, non fu come gli altri. I giochi e le corse sfrenate non durarono molto.  Poco dopo, Ben intravide attraverso il vetro l’avanzare di un’ombra minacciosa e rimase interdetto, come del resto tutti i suoi piccoli amici. Nell’acquario si propagò una sensazione raggelante e tutti i presenti, grandi e piccini, corsero a nascondersi. Un paio di occhi tenebrosi, dalle spesse sopracciglia cespugliose, squadravano in ogni angolo e in ogni anfratto, all'evidente ricerca di qualche preda.

Sul momento, Ben non realizzò bene cosa stesse accadendo, ma, prese coscienza di essere in pericolo quando tutti scomparvero e lui si ritrovò improvvisamente solo.

Lo sconosciuto aveva afferrato un retino e lo aveva affondato nell’acqua e il pesciolino si accorse di essere diventato all’improvviso una probabile preda.

Ancora del tutto sconcertato, Ben tremava tanto da non poter reagire. Ma, per fortuna, l’istinto lo sollecitò a muoversi. Ben sgusciò via dalla trappola appena in tempo e il retino, che lo aveva sfiorato, rimase vuoto.

                                               

Per un po' riuscì a evitare di essere catturato, ma sembrava proprio che quel lungo braccio minaccioso lo avesse preso di mira e che seguisse ogni suo guizzo, dappertutto. Ormai in preda al terrore tentò in ogni modo di evitare il malefico retino nascondendosi dietro una roccia, poi dentro un'anfora, quindi tra le alghe ondeggianti e infine guizzando da un angolo all'altro nel marasma generale.

Ma la stanchezza si fece ben presto sentire e lo costrinse a fermarsi, quindi, con il cuoricino che batteva all'impazzata, si ritrovò sbattuto in un piccolo sacchetto di plastica trasparente, e in un attimo fu strappato via dalla sua casa, dalla sua famiglia e dagli amici.

Il distacco fu brutale e da quel momento tutto diventò confuso, tanto che Ben non si rese nemmeno conto di quanto grande fosse la tragedia accaduta.

                                   

                                


Attraverso la plastica trasparente intravide il suo piccolo, silenzioso e pacifico mondo sparire e si ritrovò per strada, in un caos assordante fatto di clacson e di mostri meccanici che si muovevano in ogni direzione.

Cosa poteva saperne un pesciolino di automobili, autobus e camion?  Quel viaggio divenne un incubo per lui, che si fece ancora più piccolo, seppure in quel sacchetto non vi fosse spazio sufficiente per nascondersi.

Ma, finalmente, tutto quel caos terminò e si ritrovò nella penombra e nel silenzio di una stanza.

Ben non ebbe nemmeno il modo di curiosare intorno, perché venne prelevato dal sacchetto e fatto scivolare in una vasca neanche tanto grande, forse appena un po' di più dell'involucro trasparente nel quale era stato trasportato.

Attraverso il vetro della nuova dimora si guardò intorno e quello che scoprì lo lasciò sbalordito.  Si trovava in una piccola stanza con tanti oggetti sconosciuti e circondato da un assoluto silenzio e a lui, ormai abituato ai rumori del negozio di animali in cui era nato, quell’ambiente gli sembrò strano.

                                                                         

Mentre scrutava in giro scorse all'improvviso una grande vasca, molto simile a quella che era stato costretto a lasciare e con all'interno tanti altri pesci prigionieri come lui.

Ben sospirò di sollievo. Perlomeno, non era del tutto solo.

Gli altri sembrava non si fossero nemmeno accorti del suo arrivo, allora Ben tentò di attrarre la loro attenzione, ma si sbatté inutilmente: quell’acquario era troppo lontano e nessuno sembrava sentirlo. Provato dalle molteplici emozioni, ben presto esaurì le sue forze e si posò sul fondo, addormentandosi all'istante.

Chissà quanto tempo dormì...

Fu una strana sensazione a destarlo. Ancora intontito, intravide due occhi grandissimi che lo stavano osservando attraverso il vetro. Chi era il nuovo mostro che lo stava studiando? Il piccolo Ben venne di nuovo sopraffatto dal terrore. Ora gli occhi che lo scrutavano erano diventati quattro, ma fu con un sospiro di sollievo che si rese conto di quanto fossero vispi e ridenti.

All’improvviso fu del tutto sveglio e, scrutando attentamente, notò che quegli occhi appartenevano a due cuccioli d'uomo, che, scorgendolo sveglio, iniziarono a saltellare, felici e sorridenti. I bambini gli sembrarono creature benevole, e lui non poté fare a meno di sorridere a sua volta.

Ben lasciò che i ragazzini lo studiassero e riuscì persino a trovare divertenti  le loro smorfie e le moine ma, poi, ricordando i tanti amici che aveva lasciato al negozio, tornò triste e con un profondo e tristissimo sospiro, si adagiò di nuovo sul fondo, piangendo.

I bambini sul momento pensarono che fosse una cosa naturale, e che quando il loro papà avesse poi trasferito il piccolo nella vasca grande, gli sarebbe di certo passata la malinconia.

Ma non fu esattamente così.

Appena avvenne il trasferimento dalla vaschetta al grande acquario pieno di pesci festanti e premurosi, sembrò che Ben ritrovasse il suo carattere allegro. Infatti, all'inizio sguazzò tra le grandi alghe, gli anfratti e le rocce, felicissimo di aver ritrovato gli spazi a cui era da sempre abituato, ma soprattutto i suoi simili. Tuttavia, passato l'entusiasmo iniziale, una grande malinconia s'impossessò di nuovo del piccolo, che dopo pochi giorni iniziò a deperire lentamente.

Nel grande acquario erano presenti parecchie varietà di pesci, e due grandi astici dalla corazza nera e dall'aspetto imponente, alcuni scampi e un polpo dall'aria molto saggia e tutti guardavano il nuovo arrivato con apprensione. Ben si nutriva appena e aveva già perso la naturale vitalità di ogni cucciolo. Nuotava tutto il giorno avanti e indietro, facendo sempre lo stesso tragitto e perdeva vitalità ogni giorno un po’ di più.                                                 

                                             


I bambini s’accorsero subito che qualcosa non andava e cercarono in ogni modo di distrarlo per strapparlo all'apatia in cui era caduto.

Ma Ben non reagiva a nessuna sollecitazione e un malaugurato giorno lo si vide adagiare definitivamente sul fondo dell'acquario.

I due bambini, che lo avevano preso a cuore, percepirono il pericolo di perderlo e si disperarono per lui. E, forse, fu per pura empatia che persero a loro volta l’appetito e la voglia di giocare.

Quel grande disagio e la profonda malinconia fu fonte di preoccupazione per i genitori.

Interrogata sui motivi di tanta tristezza, Marta raccontò loro del pesciolino malato di malinconia.

Mamma e papà sottovalutarono la gravità della situazione e si limitarono a redarguire i figli, sollecitandoli e spronandoli con nuovi giochi e nuove iniziative.

                                                                   

Purtroppo, la situazione andò peggiorando sia in casa che all’interno dell’acquario e i due genitori, temendo seriamente per la salute dei loro ragazzi, iniziarono a discutere tra loro nel tentativo di trovare una soluzione.

«Forse sarebbe meglio liberare il pesciolino tanto caro ai bambini.» propose la mamma.

«Vuoi dire riportarlo nel suo ambiente naturale?»

«Sì, credo sia la soluzione migliore. I nostri figli ne sarebbero felici.»

I ragazzini, che si trovavano nella stanza accanto, avevano ascoltato i discorsi dei genitori e ben contenti della proposta fatta dalla madre, intervennero: «Dici sul serio, mamma? Lo libererete?»

Mamma e papà si consultarono con uno sguardo, poi fu il padre a rispondere: «Se questo può servire a riportare la serenità nella nostra famiglia, ebbene…sì. Lo riporteremo in mare. Siete contenti?»

«Sì, papà, ma come possiamo fare?  Ben è ancora piccolo e sarebbe troppo pericoloso lasciarlo andare da solo. Dovrebbe essere scortato.» disse Tommy con aria di chi la sa lunga.

Il padre sgranò gli occhi: «Scortato? E da chi?»

«Nel nostro acquario ci sono anche gli astici e un polpo. Potremmo pensare di affidare a loro il piccolo Ben.»

Il volto dell’uomo s’incupì: «Ma dico: siete impazziti? Dovrei svuotare il mio acquario per offrire una scorta a un pesce?»

                                       


Prima che la questione degenerasse la mamma pensò bene di intervenire con il solito tono dolce e rassicurante: «In fin dei conti non si tratterebbe di un grosso sacrificio. E tu sai che a me non è mai piaciuto vedere quelle creature marine rinchiuse in quel poco spazio.»

I genitori si fronteggiarono con gli occhi, infine fu il papà a capitolare: «E va bene! Vi accontenterò, soprattutto perché mi sta a cuore la vostra salute.»

La piccola Marta esultò ma Tommy ne smorzò l’entusiasmo ponendo una domanda precisa:

«Papà, come ci arriviamo al mare? Ben sta molto male e non è in grado di affrontare un viaggio lungo e se andassimo con l’auto ci metteremmo troppo. Sono sicuro che morirebbe prima di arrivare.» Il tono afflitto del ragazzino indusse di nuovo la mamma

a intervenire, suggerendo un’idea talmente luminosa, che il suo sorriso fu abbagliante.

«Che ne diresti di un viaggio per via aerea?»

                                                                                           

Tutti gli sguardi si puntarono su di lei, che sempre sorridendo si rivolse al marito: «Sei iscritto al club dei piloti di mongolfiera. Potremmo caricare l'acquario sull’aerostato e, con il vento favorevole arriveremmo in breve alla spiaggia più vicina.»

Il papà trovò l’idea alquanto strana: «Ma come ti viene in mente? Disturbare gli amici piloti per una sciocchezza del genere!»

Ma bastò uno sguardo ai due ragazzini delusi per farlo ricredere e capitolare ancora una volta: «Va bene! Va bene!  Avete vinto voi, come al solito. Parlerò con gli altri piloti e speriamo non mi prendano in giro per questo.»

I bambini esultarono: «Evviva! Si va in mongolfiera!!»

Non fu difficile convincere un collega della bontà e dell’importanza che aveva quel viaggio per i bambini. Il collega lo aiutò a caricare l’acquario e lo straordinario viaggio ebbe inizio.

E così, in una tiepida alba di primavera, si vide un coloratissimo, enorme pallone, con la sua cesta pendula, prendere il volo.


Ben, ormai indifferente a tutto, si era addormentato appena partiti, ma si destò al primo, forte scrollone, dato da un vento molto dispettoso. Ma lo stesso vento, resosi conto del contenuto prezioso della cesta, si prodigò poi a sospingere lievemente l'intero e straordinario equipaggio.

La cesta, unica nel suo genere, era stata ideata in un blocco di robusto cristallo trasparente, proprio per fare dono ai viaggiatori che si avventuravano in quei voli arditi di uno spettacolo mozzafiato.

Il terrore del vuoto e le vertigini assalirono gran parte degli abitanti dell'acquario, che si rintanarono tremanti tra gli anfratti.

Ma per Ben e per i suoi piccoli amici umani non fu così. Il pesciolino si riscosse subito dall'apatia in cui era caduto, e, seppure molto debole, non poté che rimanere strabiliato dallo spettacolo che la natura offriva a tutti quanti loro.

                 

Fu un'esperienza indimenticabile per tutti e, a un certo punto, si videro persino interi stormi di uccelli deviare per andare a curiosare quello strano fenomeno.

Al passaggio del maestoso vascello dei cieli, ma soprattutto alla vista di ciò che conteneva, gli abitanti del cielo rimasero tutti sbalorditi. Ben presto si espansero alte strida di gioia che salutarono il pesciolino “volante” e lo scortarono durante tutto il lungo tragitto fino al mare.

Era pomeriggio inoltrato quando il pallone si posò sulla spiaggia deserta, ma la luce era ancora tanta e illuminava uno scenario incantevole.

I bambini furono i primi a scendere, seguiti dai due piloti, che trasportavano il pesante acquario.

Quando a riva venne il momento del congedo, Tommy e Marta si emozionarono.

Con le lacrime agli occhi osservarono il loro piccolo amico, finalmente vigile e allegro, tuffarsi nelle onde, sotto la scorta attenta degli amici astici e del polpo.





                  

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La leggenda della felicità

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