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sabato 15 febbraio 2020

Tarti, l'ambasciatrice di pace





Tarti nacque una bella sera di primavera, sulla bellissima spiaggia di un’isola italiana. Per lei, tartarughina del genere Caretta caretta, la schiusa del suo uovo fu un’esperienza sgradevole.
Si svegliò all’improvviso da un lungo sonno senza sogni o, forse, così tanto annebbiati e confusi da non riuscire a ricordarli. I suoi occhietti erano ancora chiusi e dovette sforzare molto per riuscire ad aprirli.
Solo allora riuscì a rendersi conto di trovarsi in un ambiente molto stretto e di quanto fosse soffocante il caldo, per cui, avvertì il prepotente desiderio di uscire il più presto possibile.
Fu l’istinto a suggerirgli di picchiare con tutte le sue forze il musetto appuntito contro le pareti lisce e concave. Tarti ignorava di trovarsi in un uovo prossimo alla schiusa. Era troppo piccola per saperlo e il suo mondo era ancora tutto da scoprire.
Impiegò molto tempo e infinite energie; quel guscio non ne voleva proprio sapere di rompersi ma, a furia di provare, avvertì un sonoro crac, il fragile contenitore si ruppe.                            


Purtroppo, la sua battaglia per emergere alla vita era appena iniziata.  L’uovo era stato posto dalla mamma in una profonda buca scavata nella sabbia, al sicuro dai predatori e Tarti doveva ancora scavare, combattendo per uscire e perché i granelli non la soffocassero.
Alla fine, la gioia fu grande e il premio che l’attendeva in superficie la ripagò per gli enormi sforzi affrontati.  
Un soffuso chiarore lunare l’accolse e la piccola tartaruga si guardò in giro con grande meraviglia.
Intorno a lei si trovavano centinaia di creature neonate che tanto le somigliavano.   Tarti avrebbe voluto socializzare, ma le altre sembravano essere dominate da una smania incontrollata di correre.  Lei se ne domandò il motivo. Che fretta c’era? E per andare dove?  
E, proprio in quel momento avvertì un rumore profondo, continuo, a tratti assordante. Tarti puntò lo sguardo oltre le centinaia di piccole tartarughe.  Là, dove si vedeva luccicare, sotto i raggi della bianca luna, un’immensa distesa d'acqua. Quella visione argentata fu fonte di nuova meraviglia!
La tartarughina notò come le sue sorelline avanzassero timidamente verso le acque e come venissero prese immediatamente dalla risacca, per poi scomparire tra le onde.
«Beh, se ci vanno loro, ci vado anch'io!» si disse facendosi coraggio e seguendo le altre.
Purtroppo, nel breve tragitto, accadde una cosa orribile e che Tarti non avrebbe mai più dimenticato: enormi creature alate calarono dal cielo in picchiata, catturando al volo alcune tra le centinaia di tartarughine.
La piccola fissò inorridita quella scena sanguinosa; le neonate rapite dai mostri alati si agitavano terrorizzate e Tarti avrebbe voluto accorrere in loro aiuto, ma per le poverine non c’era più possibilità di salvezza.
La tartarughina ignorava che non c’era limite ai pericoli da affrontare per iniziare la nuova vita e che, per lei e le sorelline, il peggio doveva ancora arrivare.
Difatti, un'altra batteria di mostri era in attesa sul bagnasciuga e il suo cuoricino iniziò a battere all’impazzata.  Si trattava di strane creature corazzate, che agitavano nell’aria delle grandi chele pronte a ghermire le piccole tartarughe per poi divorarle.          

Uno di quei granchi mostruosi le si parò davanti impedendole di proseguire verso la salvezza. Tarti si sentì paralizzare dal terrore e non riuscì più a muovere un passo. Chiuse gli occhietti per non vedere ma, all'improvviso, si sentì mancare la sabbia da sotto le zampette. Era stata afferrata e sollevata da terra. Ecco! Quello che aveva tanto temuto si era avverato: era stata rapita da uno di quei mostri alati, come era accaduto a tante sorelline e la sua sorte era segnata.
Per un po’ si lasciò trasportare senza avere il coraggio di guardare, ma quando sentì l'aria sferzarle il musetto provò ad aprire timidamente gli occhi.  Nonostante il brutto momento che stava vivendo, non poté fare a meno di rimanere piacevolmente sorpresa; un mondo meraviglioso, turchese e immenso, era quello che si estendeva laggiù e che scorreva all’infinito.
Uno spettacolo incantevole che, per qualche istante, le fece dimenticare la sua situazione.
Quando si riprese dallo stupore, osò rivolgere una timida occhiata all'insù.
Il volatile che l’aveva catturata la stava guardando ma, a Tarti, non parve di essere in pericolo.
«Ciao, piccola! Ti piace il mondo visto dall'alto?» disse una voce un po' burbera.
«S-sì signore! Ma chi sei e dove mi stai portando?»
«Sono una gabbianella, piccola Tarti.  Sono stata mandata per portarti in salvo. Tu hai una grande missione da compiere.»
«Tarti? Missione? Sai che non capisco una parola di ciò che dici?»
«Tarti è il tuo nome» sospirò con tono paziente il volatile, «e tu sei una tartaruga marina, del genere Caretta caretta.»
«Non lo sapevo. È la prima volta che lo sento dire. E missione cosa vuol dire?»
«Questo non sta a me spiegartelo, piccola! Ora ti porterò laggiù, in mezzo al mare e ti affiderò alle ondine. Loro ti accompagneranno dalla vestale marina.»
«Che cos'è il mare? Cosa sono le ondine? E cos'è una vestale marina?» domandò con la curiosità tipica di tutti i cuccioli, la piccola tartaruga.
«Il mare è quella distesa d’acqua che si estende sotto di noi, piccola, e le ondine sono fate che nel mare hanno la loro dimora. In quanto al resto, saprai tutto a suo tempo. Ecco, ora dobbiamo salutarci» disse la gabbianella, mentre la depositava in cima a un’onda.
La tartaruga ebbe appena il tempo di sollevare una piccola pinna in segno di saluto, prima di venire sommersa dalle onde. Tarti si trovò subito a suo agio e iniziò istintivamente a nuotare.                                   
                                                         

n breve, si trovò sul fondo, dove l’acqua era talmente cristallina da riuscire a distinguere tutti i particolari.
Ramificazioni di coralli dal colore vermiglio formavano lunghe e intricate barriere, in cui creature di ogni genere trovavano rifugio. Sciami di meduse dai corpi eterei e trasparenti, che si muovevano nella corrente come stessero danzando e pesci, tanti e di mille colori diversi.
Ma ecco che al suo fianco apparve una coppia di cavallucci marini, guidati da due bellissime Ondine. I cavallucci marini, che scoprì venivano chiamati anche ippocampi, avevano al collo delle briglie argentate e trainavano una biga di madreperla.
A Tarti parve una visione.” Forse sto sognando!” pensò sgranando lo sguardo sulle mitiche creature, sui cavallucci e le bighe. Le Ondine a loro volta, le sorrisero affabilmente e la incoraggiarono a salire sulla biga trainata dai simpatici animali:
«Non temere, piccola Tarti. Ti siamo amiche e siamo qui per accompagnarti! Ti va di fare un piccolo viaggio?»
«Per andare dove?» domandò lei.
«C’è qualcuno che ti sta aspettando da tanto tempo. Sali, dunque. Ti condurremo da lei.»
Tarti esitò ancora qualche istante. L’istinto le suggeriva la prudenza, ma la curiosità era talmente forte da spingerla a salire sulla biga per provare l’ebbrezza di un viaggio fantastico.
Quando si fu sistemata i cavallucci si mossero e lei si godette in pieno quel momento.
In pochissimo tempo, uno strano corteo si formò al loro seguito. Pesci, crostacei e molluschi e persino alcune stelle marine seguirono la biga incuriositi dalla presenza delle fate.
Persino due astici si posero al fianco delle ondine scortando il fantastico veicolo come fossero sentinelle.
Tarti si guardava intorno estasiata scoprendo un mondo rigoglioso di vita e vegetazione.
Ciuffi di alghe che fluttuavano armoniosamente, come tante esili ballerine che si muovevano con grazia in sincronia, anemoni di mare con i loro ciuffi retrattili, e polpi, cernie e tanto, tanto altro ancora.
«Hop, hop, cavalluccio!» urlava deliziata incitando gli ippocampi e le Ondine sorridevano intenerite per tanto entusiasmo.
Dopo un po' arrivarono davanti a un grande portale di corallo rosa adornato da tante conchiglie e perle.
“Dove porterà?” si chiese la piccola mentre, senza alcun cigolio, le ante si spalancarono davanti a lei. In quel momento le Ondine la salutarono affidandola a una coppia di fate sirene.
Un altro mondo fantastico apparve agli occhi della piccola: fontane con giochi d'acqua spettacolari, piante di tutte le specie che ondeggiavano sinuosamente, e statue, anfore e antichi forzieri stracolmi di pietre preziose.
Un mondo fatto tutto di cristallo e di acqua si stendeva attorno a lei.
Le colonne ad arco reggevano il soffitto tempestato di pietre preziose.
 


«Vieni con noi, Tarti. Ti accompagneremo dalla vestale del mare» le disse una sirena.
«Chi è la vestale del mare?» chiese lei attratta da quest’altra misteriosa prospettiva.
«Lo scoprirai presto, piccola.»
Le due fate sirene, le si affiancarono, muovendo in modo sincrono e aggraziato le lunghe code iridescenti e, come le Ondine, la scortarono fino a una grande sala.
Per la piccola fu come trovarsi in un grande acquario. Le pareti, il soffitto, e il pavimento erano di cristallo, oltre ai quali si muoveva una miriade di creature marine di ogni razza e dimensione.
Tarti sarebbe rimasta a osservare il mondo marino per ore ma, il suono improvviso di un gong annunciò l’arrivo della vestale marina.
«Benvenuta, piccola Tarti!»
La tartarughina rimase ammaliata dalla bellezza di quella creatura:
«Chi… Chi sei? O meglio… c-cosa sei?»
«Appartengo alla specie dei sirenidi, come puoi ben vedere dalla mia coda. Ma sono anche una fata e sono la vestale di questo tempio.  Il mio nome è Acquamarina» le rispose con dolcezza avvicinandosi.
«Ti aspettavo da tempo, Tarti e finalmente sei arrivata.»
La piccola sgranò lo sguardo, incredula: «Aspettavi me? E perché?»
La vestale sorrise: «Perché tu sei speciale!
In realtà tutte le creature del mondo sono esseri speciali ma tu lo sei ancora più di tante altre. Sei stata prescelta e sarai l'ambasciatrice della pace tra tutte le specie che vivono nel mondo sommerso. Il tuo compito sarà quello di portare una richiesta di aiuto da parte delle specie in pericolo di estinzione. Dovrai essere la voce di milioni di creature in pericolo.»
Fata Acquamarina fece una pausa perché voleva essere certa che la piccola tartaruga avesse capito l’importanza delle sue parole poi, considerato che la piccola esitava a rispondere, le domandò a sua volta:
«Allora, Tarti, ti pare molto difficile da capire tutto quello che ti ho detto fino ad ora?»       
                                       
                                                      
                                                       
«Un pochino sì, fatina. Ma sono sicura che riuscirai a spiegarmi in modo semplice ciò che dovrò fare.»
«Brava piccola. Ascoltami bene! Prima che tu possa diventare ambasciatrice della pace nel mondo marino, dovrai portare a termine una missione. La tua specie corre un grave pericolo d’estinzione e tu dovrai cercare di salvare la tua razza.»
Questa volta Tarti intervenne più decisa: «Per la verità, questo mi sembra molto difficile, fata Acquamarina!»
Acquamarina annuì: «Non sarà facile, è vero perché nulla sembra lo sia a questo mondo. Tutte le cose buone vanno conquistate con fatica e coraggio e io credo che a te quest’ultimo non manchi. Ora lascia che ti spieghi cosa dovrai fare.  Dunque! Le tartarughe della tua specie hanno, da quando nascono, la capacità di memorizzare le rotte marine, orientandosi con la posizione delle stelle e la luce della luna. Questa loro caratteristica permette a tutti gli esemplari, una volta diventati adulti, di tornare nei luoghi dove sono nati.  Per qualche misterioso motivo, col tempo le neonate tartarughe, hanno perso questa memoria e quindi la capacità di tornare a nidificare nei posti d'origine. Tu sei la custode delle rotte e delle mappe stellari, e ti è stato affidato il compito di tornare a trasmettere alle neonate le tue conoscenze.»
Tarti a quel punto strabuzzò gli occhietti esclamando incredula:
«Custode delle mappe stellari e delle rotte marine?»
«Certo, piccola Tarti! Per il momento sei tu il “Navigatore Marino”»
«Navigatore Marino. Mi piace, fatina!»
«Bene! Ma per far questo, dovrai recarti al più presto nei luoghi dove nascono le tartarughine. Naturalmente avrai a disposizione la scorta necessaria affinché tu possa arrivare sana e salva. Solo dopo che avrai portato a termine questa delicata impresa, potrai diventare, il simbolo della pace in tutto il mondo sottomarino. Te la senti, piccola?»
«Sembra difficile! Non so se ce la farò, fatina! Ma stai tranquilla, ci metterò tutto il mio impegno!»
«E questo mi basta, Tarti! Vorrei farti un dono, prima di salutarci.»
«Un dono per me?»
«Certo! Una stella marina. Tienila sempre attaccata sul tuo carapace.  S’illuminerà e ti donerà la luce se ti dovessi trovare in difficoltà.»
«Farò come dici! E spero proprio di non dimenticare nulla di tutto ciò che mi hai detto. Addio fatina e grazie!» 
                                              
Tarti si congedò dalla vestale marina e quando fu all'uscita del tempio, venne subito affiancata da alcuni "corazzieri". Erano astici e aragoste e granchi giganti, i corpi speciali e corazzati del mondo sottomarino. Tra di loro, c’era anche una specie ancora del tutto sconosciuta alla piccola, dalle sembianze non proprio gradevoli che le incutevano una soggezione infinita.
Tarti notò che avevano otto arti lunghissimi, muniti di ventose che sembravano essere molto appiccicose. Quelle strane creature marine roteavano i tentacoli intorno al corpo in modo minaccioso.
La piccola tremò al pensiero di trovarsi prigioniera in quella che avrebbe potuto trasformarsi facilmente in una trappola mortale, ma poi, quello che sembrava il capo, gli fece l’occhiolino e lei capì che non aveva nulla da temere.
«Ciao, piccola. Sono il Gran Polpo. Mi chiamo Ottaviano e sono al comando di questa compagnia. Potrai rivolgerti a me per tutto ciò di cui avrai bisogno.»
«Io sono Tarti. E sono contenta di fare la tua conoscenza.»
«È ora di mettersi in viaggio piccola. Abbiamo un sacco di strada da fare.»
«Possiamo andare. Io sono pronta!» rispose Tarti mettendosi al centro della pattuglia formatosi.
Strada facendo Ottaviano le spiegò che si sarebbero diretti verso un’isola dove, ogni anno in primavera, le tartarughe scavavano i loro nidi sulla spiaggia.
Purtroppo, la notizia di quella missione si sparse per i mari e per gli oceani giungendo alle orecchie di creature contrarie alla sopravvivenza delle tartarughe e una grossa minaccia calò improvvisa sul piccolo drappello.
L’attacco fu immediato e improvviso. Un agguato vero e proprio, studiato in ogni minimo particolare condotto da un branco di scorfani, in combutta con le temibili tracine. I primi, erano pesci dalle sembianze mostruose, che incutevano terrore, mentre i secondi erano muniti di spine dorsali micidiali, il cui pungiglione procurava ferite dolorosissime.
Il manipolo di coraggiosi venne accerchiato e costretto a combattere.
Purtroppo, la piccola tartaruga rimase isolata dal resto della compagnia e in poco tempo si trovò circondata da musi minacciosi. Tarti venne assalita e inutilmente cercò di fuggire.
All’improvviso si ricordò del dono fattole dalla fata e con un colpo di codino riuscì a fare illuminare la stella marina, che portava legata sul suo carapace.
E fu allora che Ottaviano, guidato dalla luce, riuscì a individuarla in mezzo a quel marasma e si affrettò in suo soccorso.
La figura del Gran Polpo, si stagliò improvvisa, ergendosi in tutta la sua imponenza in mezzo al nemico.
Il polpo contrasse i suoi tentacoli, e dalla sua bocca fuoriuscì una nuvola nera. Tarti venne avvolta dalla nube di inchiostro sparendo alla vista dei pesci aggressori.
L’intero sciame rimase per qualche lungo istante disorientato dalla reazione del drappello difensivo. Le chele e le corazze dei crostacei costituivano una barriera insormontabile e i tentacoli del polpo si agitavano protendendosi minacciosi.
L’attacco a sorpresa era fallito e forse sarebbe stato saggio optare per una ritirata strategica.
Scorfani e tracine si consultarono con un’occhiata, quindi con un guizzo sincrono    si dileguarono nelle oscurità degli abissi.
Tarti era salva, grazie al pronto intervento del comandante e la manovra diversiva dei suoi corazzieri.
Il viaggio proseguì senza altri intoppi e, finalmente, arrivarono in vista dell’isola.  
E Tarti tirò un sospiro di sollievo, ma ora doveva cercare di portare a termine la missione affidatale dalla vestale marina.
Quando arrivarono alla spiaggia, individuati i nidi, vi si mise di guardia, così come le era stato detto di fare.

Dopo pochi giorni di attesa, le uova sepolte si schiusero e Tarti assistette allo spettacolo di centinaia e centinaia di tartarughe neonate che emergevano dalla sabbia cercando affannosamente la strada per il mare. Alcune vi riuscivano, mentre tante altre si perdevano, rimanendo vittime dei predatori in attesa.
La piccola si affannò nel cercare di radunarle e fornire loro le informazioni necessarie perché rimanesse loro impressa nella memoria, la rotta giusta per poter ritornare.
Tarti diede prova di grande forza e pazienza e, anche se la fatica fu tanta, venne ripagata dai risultati.
Grazie alle sue indicazioni, le neonate tartarughe, si tuffavano decise tra le onde e Tarti era certa che tutte avrebbero memorizzato la rotta e da adulte sarebbero ritornate su quell’isola a nidificare.
Il suo gravoso compito, durò tutta quella primavera, e infine felice per aver portato a termine una parte della sua missione Tarti, seguita dai suoi amici, si tuffò a capofitto nelle acque cristalline, pronta a portare per il mondo il grido di aiuto delle specie marine in pericolo di estinzione.

                                                                                     
                     



Favola di Vivì pubblicata in "Una favola sotto l'ombrellone"  antologia edita da Apollo edizioni


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