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mercoledì 11 marzo 2020

Randi, l’ancella della primavera




Era primavera inoltrata quando la piccola rondine, esausta per il lungo viaggio, avvistò i tetti della città che l’aveva vista nascere e diventare adulta, per poi migrare alla fine di ogni estate, verso lidi più caldi. Era così da quando era nata.

Le piaceva quella ridente cittadina di mare, dal cielo quasi sempre limpido per via del vento di tramontana che spazzava le nubi portandole distanti.

Sentiva che quello era il suo cielo, che quello era il suo mare e ogni volta che doveva lasciare quei luoghi per intraprendere il lungo viaggio della migrazione, lo faceva sempre con un briciolo di malinconia. Al contrario, quando a inizio marzo tornava puntuale con il suo stormo e avvistava da lontano i tetti spioventi della città, il suo piccolo cuore si colmava di gioia.

Del resto, suscitavano allegria anche negli esseri umani, che attendevano con trepidazione il ritorno delle rondini, perché equivaleva all’arrivo della bella stagione.

La rondine amava fare il nido in uno dei punti più alti e più suggestivi della città: il faro, che svettava su tutte le altre costruzioni che si affacciavano sul porto e sul mare.

Purtroppo, quella primavera, durante il viaggio di ritorno verso il suo nido, alla rondine accaddero un paio d’ imprevisti che ne ritardarono di molto l’arrivo in città.

Il suo arrivo non fu salutato come al solito da un coro di garriti giocosi. Il cielo era insolitamente vuoto, grigio e i pochi volatili che si vedevano volteggiare non erano vivaci e gioiosi, ma talmente lenti da sembrare malati. 

E in effetti, era proprio così. Una temibile epidemia aveva decimato gli stormi durante il viaggio di ritorno e per questo motivo, le poche rondini in volo, non potevano essere gioiose e vitali.

Il compagno della rondinella aveva atteso il suo arrivo per un po’ di giorni, poi persa la speranza, aveva nidificato con un’altra.

Al suo arrivo lei lo aveva cercato a lungo ma, alla fine, si era dovuta rassegnare. Le sue amiche avevano già costruito i loro nidi e alcune stavano già covando, in attesa dei piccoli e se lei voleva accasarsi come le altre, doveva affrettarsi a trovare un nuovo compagno.

La ricerca durò più del previsto e stava iniziando a perdere le speranze, quando infine incontrò un rondinotto dall’aspetto esile e malconcio.


Avrebbe voluto rinunciare, ma poi vinse l’istinto di conservazione della specie. Accettò la corte del vecchio rondinotto e si mise di lena a preparare un nuovo nido, al riparo in una feritoia della torre del faro.

Dalla loro unione nacquero sei rondinotti gracili e deboli, tanto che solo uno tra loro sopravvisse, con grande dispiacere di mamma rondine, che li vide morire a uno a uno.

Tutti tranne uno. Purtroppo, affetto da una brutta malformazione alle ali e la madre, pur piangendo lacrime amare, si vide costretta ad abbandonarlo nel nido.

 

                                                                 

Nel faro abitavano il guardiano e suo figlio, Giangiò. Il ragazzo aveva assistito all’arrivo ritardatario della rondine, con un pizzico d’apprensione, oltre che di contentezza.

Aveva sentito parlare della strage delle rondini e l’arrivo di quella rondinella con il compagno, lo aveva reso felice. Aveva assistito con discrezione alla preparazione del nido, alla cova e alla nascita dei pulcini. Li aveva visti morire e con grande tristezza aveva anche assistito all’abbandono del nido da parte della rondine.

In quei giorni, il faro si trovava circondato dalle impalcature per la ristrutturazione e, il ragazzo, all’insaputa del padre, si avventurò sulle assi traballanti di legno per controllare da vicino quello che era accaduto nel nido.

Addossati gli uni agli altri tra i rametti e la bambagia, vi erano sei pulcini, ma solo uno di questi dava deboli segnali di vita.

Giangiò si sentì stringere il cuore in una morsa; il pigolio seppur incessante, era appena percettibile. Il pulcino era affamato e chiamava la madre con il piccolo becco spalancato.  

Quel richiamo accorato lo commosse e Giangiò decise che si sarebbe preso cura lui di quella minuscola creatura indifesa.

Con la massima accortezza raccolse il pulcino deponendolo nella tasca, quindi, arrampicandosi sull’impalcatura, si apprestò al ritorno.

Nella sua stanza trovò la sua gatta ad attenderlo. Shila le spalancò addosso i suoi incredibili occhi azzurri, lo stesso di un’acquamarina. Sembrava che volesse rimproverarlo per quello che aveva fatto e Giangiò, abituato a parlare con lei come se fosse una persona, le disse:

«Abbiamo un piccolo ospite, amica mia.»

La gattina emise un verso che sembrava di stizza.

«Non essere arrabbiata con me. Guarda cosa ho trovato in quel nido.» le disse estraendo dalla tasca il pulcino. «La mamma se ha abbandonato perché il piccolo ha una brutta malformazione, vedi?» domandò, mostrando alla gatta il pulcino.

Giangiò possedeva un dono naturale con gli animali, difatti, aveva già deciso che da grande avrebbe fatto il veterinario. Con Shila aveva instaurato un’intesa perfetta.

La gattina, che lui aveva raccolto per strada pochi giorni dopo la nascita sembrava raccogliere con grande attenzione le sue confidenze, i suoi desideri e i suoi sogni.

E quante volte Giangiò aveva immaginato delle risposte logiche a tutto quello che lui le raccontava. O le rispondeva davvero? In tutti i modi, appena rimesso i piedi nella stanza, gli era venuto spontaneo comunicare con la gattina.

Non si sorprese quindi quando la risposta del felino gli fiorì nella mente:

Sei sempre il solito Giangiò! Ma sei sicuro di avere fatto la cosa più giusta?

La gatta aveva assunto un atteggiamento da sfinge e si dedicava alacremente alla pulizia delle zampette nerissime come il resto del corpo, mentre lo osservava di sottecchi.

Senza nessuna esitazione il ragazzo rispose:

«Il pulcino è stato abbandonato e se non l’avessi raccolto, probabilmente entro stasera sarebbe morto.»

È troppo piccolo, non ce la può fare! Questo pulcino, anche se sopravvivesse, non sarebbe mai in grado di volare. Sua madre l’aveva intuito e per questo l’ha abbandonato. Hai fatto male a raccoglierlo! Dovevi lasciare che la natura facesse il suo corso.

Il ragazzo scrutò il pulcino per qualche istante e rifletté, quindi rispose:

«Voglio provarci! Quest’anno ne sono morte troppe di queste creature. L’epidemia le ha sterminate. Può anche essere che questo pulcino sia uno dei pochi esemplari rimasti della sua specie. Se non tentassi di salvarlo, potrei anche non perdonarmelo. Sei con me Shila?»

La gattina smise di lisciarsi il pelo e lo guardò con attenzione:

Lo sai che sono con te sempre, ragazzo!

«Non ne dubitavo! Grazie Shila!»


Da quel momento iniziò una dura battaglia per la vita, e non fu certo un’impresa semplice per Giangiò andare a caccia d’insetti e di larve. Eppure, il ragazzo si diede fare e non si lamentò mai per il lavoro aggiuntivo al quale fu costretto per sfamare il neonato.

Approntò anche un nido imbottito di piume, di erba e di bambagia in un angolo della sua stanza e da allora passò ogni momento libero con il pulcino.

Ma il piccolo, già sofferente per gli stenti patiti durante le prime ore di vita, faticava a riprendersi e continuava a pigolare in modo ossessivo. Giangiò iniziava a disperare di poterlo salvare; l’implume era talmente debole da non riuscire a reggersi sulle zampette e la sola aluccia sana fremeva di un tremito incontrollabile. Era solo per istinto che il beccuccio si spalancava ogni qualvolta riusciva a intravedere l’ombra del ragazzo china su di lui.

Furono giorni tragici per entrambi, anzi, lo furono anche per Shila che passava ore acciambellata di guardia vicino al nido.

Quel primo terribile periodo terminò e il piccolo iniziò a reagire alle assidue cure che Giangiò gli dedicava con tutto il trasporto dettato dal suo giovane cuore.

E venne anche il giorno in cui poté tirare un sospiro di sollievo:

Ce l’hai fatta, Giangiò! Il tuo coraggio e la tua ostinazione hanno permesso che avvenisse questo piccolo miracolo. Sai, non avrei scommesso nulla sulla vita di questo pulcino.

L’osservazione di Shila era balenata nella mente di Giangiò mentre era chino a guardare le prime prove del pulcino di tenersi ritto sulle zampette.

L’ennesimo, goffo tentativo strappò un sorriso divertito dalle labbra del ragazzo dopo giorni di tensione e di ansia.

Hai già pensato a darle un nome, ragazzo?

Lui rivolse uno sguardo alla gatta, che come al solito si stava lisciando meticolosamente il pelo:

«La vorrei chiamare Randi, che ne dici?»

 Mi pare un nome appropriato!

Da quel giorno, in pochissimo tempo il pulcino triplicò il suo peso diventando sempre più fermo e sicuro nei movimenti.

Nel frattempo, purtroppo, le notizie riportate dai quotidiani a caratteri cubitali, parlavano dello sterminio della specie volatile, a causa dell’epidemia.

Per le strade si vedeva la gente camminare con lo sguardo afflitto rivolto verso l’alto. Che squallore!  E che desolazione quel cielo privo di voli giocosi e di garriti. La primavera stessa dava l’impressione di non essere più la stagione del rinnovamento e della rifioritura: gli alberi che avrebbero dovuto essere un’esplosione di colori erano insolitamente spogli, le aiuole dei giardini, che in genere in quel periodo sfoggiavano colori sgargianti e profumi intensi, erano incolori e l’erba dei prati era talmente gialla, da sembrare sofferente.

Da oriente a occidente, in tutto il pianeta, il passaparola era drammatico: senza rondini non poteva essere primavera.

    

Allarmati dalle tragiche notizie, Shila e Giangiò guardavano speranzosi alla giovane rondinella. In lei iniziarono a vedere la salvezza, non solo per la sua specie ma per il pianeta intero e se possibile, misero ancor più accortezza nell’accudire la bestiola.

Un giorno, all’ultimo piano del faro, si verificò un evento che segnò in modo significativo il tranquillo trantran delle tre creature.

Giangiò si trovava all’apice del faro, dove con il padre, stava effettuando lavori di manutenzione dell’apparato illuminante, dal quale partiva il fascio enorme di luce, capace di squarciare l’oscurità del mare, per parecchi chilometri.

Avevano quasi finito il loro intervento, quando il silenzio maestoso di cui si godeva a quella ragguardevole altezza, venne rotto da rumori improvvisi e preoccupanti.

Il ragazzo, si precipitò al piano inferiore a rotta di collo, giusto in tempo per cogliere movimenti repentini sul pavimento della sua stanza.

Si rese conto che si trattava del fuggi fuggi generale dei grossi ratti ospiti da tempo dell’antico   edificio.

Oppresso da un oscuro presentimento, Giangiò si avviò verso il nido e il suo cuore ebbe un tuffo violento nel petto: Randi, la sua piccola Randi era sparita.

Gli occhi gli si velarono di lacrime, i topi si erano portati via il pulcino indifeso. Poi, il suo sguardo nella penombra, incrociò gli occhi fosforescenti del gatto accovacciato nei pressi del nido.

Il felino lo stava osservando, con la coda che roteava pigramente per aria.

Giangiò provò un brivido di orrore: dalle vibrisse del gatto pendevano alcune morbide piume.

Un’idea terrificante si fece strada nella sua mente, mentre il suo cuore rifiutava quell’orribile possibilità. Purtroppo, l’evidenza era sotto i suoi occhi e dalla sua bocca fuoriuscirono poche parole:

«Oh no! Come hai potuto?»

Poi ripreso fiato ripeté con voce rotta dai singhiozzi: «Come hai potuto Shila? Io mi fidavo di te e anche la piccola Randi. Sei un mostro!» terminò, urlando con tutto il fiato che aveva in gola, sconvolto dalla rabbia e dal dolore.

 

                                                                                 

Quindi volse le spalle al gatto e fece per lasciare precipitosamente la stanza, quando la sua attenzione venne attirata da un sommesso pigolio.

Tornò indietro verso il felino che spalancò la bocca, sporgendo la sua linguetta rosea. Su di essa, accovacciata sulle zampette, come fosse stata sul nido, si trovava la piccola rondinella, incolume.

Shila aveva salvato il pulcino dall’assalto famelico dei topi. Giangiò allungò le mani a coppa e Randi con un piccolo balzo, vi si accovacciò.

Il pensiero di avere ingiustamente dubitato della sua amica, lo fece vergognare, per cui abbassò la testa in modo umile e sussurrò:

«Ho sbagliato a dubitare di te. Perdonami Shila!»

Va bene, ragazzo! Non ne parliamo più. Ma ricorda sempre: sono affezionata a questo pulcino almeno quanto lo sei tu!

Con quell’evento il legame tra i tre si consolidò ancor di più e, comunque, considerato il pericolo appena corso dal piccolo, Giangiò decise che era venuto il momento di affidare la rondine a una famiglia adottiva. E cosa c’era di meglio se non tentare di mettere il pulcino nella gabbia dei canarini?

Il padre del ragazzo aveva una passione per i piccoli cantori e ne teneva una ventina in un’enorme gabbia, dove lo spazio per muoversi e saltellare da una parte all’ altra, era davvero tanto rispetto a una gabbietta tradizionale. Perlomeno, pensò il ragazzo, il pulcino sarebbe stato al sicuro rinchiuso là dentro e, inoltre, forse gli altri volatili avrebbero potuto fornire degli ottimi stimoli al piccolo.

Nonostante quella fosse una sistemazione provvisoria, Giangiò capì che non era affatto la soluzione giusta per la rondine. Fu allora che l’idea di aiutare in un altro modo il pulcino, cominciò a farsi largo nei suoi pensieri. Con la fantasia lo vedeva volare nel cielo limpido di primavera. Ma come avrebbe potuto realizzarsi quel sogno se il pulcino aveva solo un’ala?

Iniziò a studiare attentamente il volo dei gabbiani, così come osservava la piccola ala sana della rondine e il moncherino di quella malformata.

Al ragazzo vennero in mente gli studi condotti dal grande genio del passato Leonardo da Vinci. Lo studioso aveva lasciato molti disegni dei suoi progetti a proposito del volo e delle ali degli uccelli e Giangiò iniziò a frequentare la biblioteca per poterli studiare.

Tuttavia, il progetto era talmente complicato, quanto troppo macchinoso da poter sperare di realizzarlo senza l’aiuto di una persona esperta. Infine, demoralizzato dagli innumerevoli tentativi andati a vuoto, iniziò a vagliare l’ipotesi di chiedere aiuto.

Stava giusto pensando a chi rivolgersi, quando suo padre affrontò il discorso della rondine:

«Cos’hai intenzione di fare con quel pulcino?»

«Vorrei cercare di aiutarlo in qualche modo, papà» rispose in tono sereno Giangiò.

«In quelle condizioni non ha nessuna probabilità di riuscire a sopravvivere. Bisogna che tu accetti la realtà.» ribatté l’uomo deciso.

 

                                                                            

Il ragazzo rispose con orgoglio:

«Scusa papà, ma uno dei principi che ho imparato da te è il rispetto per la vita, che è sacra e bisogna salvaguardare   in ogni sua forma. E io lo farò, perché forse Randi è uno degli ultimi esemplari della sua specie e tenterò il tutto per tutto per salvare questa piccola vita.»

L’impeto con il quale il giovane aveva espresso la sua convinzione, riempì d’orgoglio il padre, strappandogli anche un lieve sorriso di compiacimento. Lo aveva cresciuto da solo, poiché la madre era morta quando aveva pochi anni. In quel momento si compiacque con sé stesso per i risultati ottenuti. Ma deciso continuò scrollando la testa:

«Non posso lasciare che tu t’illuda inutilmente. Ti ripeto che non ci sono speranze per quel pulcino.»

«Papà, ti prego ascolta! Mi hai insegnato anche a non arrendermi davanti alle difficoltà e a combattere per portare avanti le mie ragioni e i miei sogni. Non mi darei pace se non tentassi di salvare quella creatura che il destino ha voluto mettere sulla mia strada.»

Il padre sospirò volgendosi a osservare il pulcino rannicchiato quietamente in un angolo della gabbia. In quel momento il piccolo aprì il becco emettendo un suono che tanto ricordava un tentativo di canto canarino.

Sia l’uomo che il ragazzo si avvicinarono alla gabbia e la piccola rondine fece sentire un’altra volta la sua voce.

«È incredibile! Sembra il verso di un canarino!» esclamò il giovane confuso.

«Certo che lo è! Ma non è stata la tua rondine, bensì uno dei piccoli nati da poco.» rispose l’uomo più realista. «E comunque dimmi, cosa hai in mente di fare?»

«Ho bisogno di aiuto papà. Da solo non posso farcela. Ho pensato di attaccare un’ala artificiale al moncherino.»

«Cosa? Non ti rendi nemmeno conto di quanto sia assurda la tua idea? Non potrà mai funzionare!»

«Può darsi che sia assurda, anzi, molto probabilmente lo è, ma non per questo mi arrenderò. Non senza aver tentato! Per questo mi occorre l’aiuto di un esperto, papà!» concluse con occhi resi lucidi dall’ emozione.

Il padre sospirò rassegnato, quel suo ragazzo aveva dimostrato un’ostinazione senza pari, ma in cuor suo si rallegrava; era venuto su bene quel figliolo, con i sani principi inculcati da lui.

«Dai, forza! Non ti far cavare le parole dalla bocca! Dimmi che tipo di esperto?»

«Uno scienziato che conosce gli uccelli, un ornitologo.»

«E certo! Se ne trovano con facilità a ogni angolo di strada.» l’esclamazione era sarcastica, ma la mente dell’uomo era già proiettata alla ricerca di una soluzione.

Non dovette pensarci molto; ricordava che tra i suoi amici d’infanzia vi erano alcuni che si erano laureati. Chiese loro consiglio e dopo appena un paio di giorni, al faro arrivò un gruppo di esperti, tra cui un veterinario, un ornitologo e un progettista.

Il medico visitò con mano esperta e in modo accurato la giovane rondine, quindi dopo essersi consultato con gli altri due, parlò con tono grave al ragazzo che attendeva con il fiato sospeso.

«Se devo essere sincero con te, non credo proprio che il tuo progetto sia realizzabile. Cioè, mi spiego meglio: l’idea di un’ala posticcia di per sé, non è difficile da realizzare, quello che è assurdo, secondo me, è pensare che la rondine riesca a volare.»

                                                                

Poi intervenne l’ornitologo:                  

«Innanzitutto, bisognerebbe allertare la protezione animali. Che io sappia questo è uno dei pochi esemplari di rondini rimasto sul nostro territorio, quindi, una volta ottenuto il loro benestare, si potrebbe pensare seriamente al da farsi.»

«La situazione è drammatica in tutto il mondo.» continuò «Credo che se facessimo pubblicare la notizia sui maggiori quotidiani potrebbe avere una risonanza internazionale. E questo potrebbe tornare a nostro favore.»

«Io credo invece che sia tutto inutile. La natura è stata crudele con quest’uccello e noi non possiamo forzare la mano. Dobbiamo lasciare la rondine al suo destino.» esclamò in tono scettico il veterinario.

«Non sono d’accordo!» affermò un po’ sdegnato l’ornitologo. «Il fatto che questa creatura sia ancora viva, è di per sé un evento straordinario. Secondo me è un segno inviatoci dalla Provvidenza! Evidentemente con questa rondine ci viene offerta un’altra possibilità e noi non possiamo ignorarla.» terminò con fervore.

Per più di un’ora la discussione proseguì su toni accesi, mentre Giangiò accudiva il pulcino e la grande gabbia che era diventata il suo nido. Poi i toni si smorzarono e il gruppetto arrivò a una decisione.

«Va bene ragazzo! Ti prometto che insieme ai miei colleghi, studierò attentamente le ali di questa specie e le caratteristiche del loro volo. Poi insieme al progettista, mi darò da fare cercando di realizzare un’ala artificiale. Ma non ti possiamo rassicurare sul risultato.»

«Grazie» rispose in tono commosso il giovane. «Tutto ciò, mi basta!»

Iniziò un lungo periodo di progettazione e di esperimenti. Il disegnatore seguì gli esempi e i disegni del grande genio italiano e riuscì a ricostruire, con materiale ultraleggero, l’intelaiatura di un’ala perfettamente somigliante a quella di una rondine. Mentre il ragazzo venne coinvolto nel progetto, mandandolo alla ricerca di piume e di penne.

Giangiò in quel periodo passò gran parte del suo tempo libero nei parchi comunali e nei boschi vicini alla città. Riuscì a fare un buon raccolto e portò il suo bottino sul tavolo del progettista.

«Dove ti sei procurato tutte queste piume e penne? E cosa ti è successo alle mani?» chiese l’uomo lanciando uno sguardo preoccupato alle mani ferite del ragazzo.

«I cigni che abitano il laghetto del parco, sono animali molto generosi. I loro nidi sono pieni di piume, così come sono generosi i gabbiani del porto e i colombi che vivono in città.» rispose con un sorriso il giovane, quindi aggiunse un po’ tentennante: «E dove non arrivava la generosità del volatile, un piccolo strappo e…»

                                                                                


«E ti rifilavano una bella beccata… ahahaha ragazzo. Sei stato veramente in gamba. Complimenti! Abbiamo tanto materiale da poter ricostruire una decina di ali. Ma ora lasciaci lavorare.» terminò l’uomo tra le risate generali.

I due esperti si diedero da fare, mentre Giangiò, con un modellino d’ala appena accennato, faceva esercitare la rondine, istigando la muscolatura del moncherino al movimento e quindi a rinforzarla.

Giangiò scendeva sulla scogliera ai piedi del faro e si sedeva ad ammirare quel mare turchese e quel cielo limpido che tanto amava, con la rondine accovacciata tra le sue braccia.

Il vento quel giorno spirava in modo dolce, carezzando i suoi capelli ricciuti e il piumaggio soffice di Randi. La rondine era cresciuta molto e si era abituata bene alla protesi, che si modellava alla perfezione al corpo e al moncherino dell’ala.

Non era ancora l’arto definitivo, ma un’intelaiatura non ancora rifinita, costruita apposta per abituarla gradatamente all’ingombro e al fastidio di quell’oggetto sconosciuto.

In quel momento Randi emise uno dei versi che aveva imparato nella gabbia dei canarini a imitazione del loro canto. Giangiò non finiva mai di stupirsi, ma d’altronde, pensava, la sua era una rondine prodigiosa.

 A un tratto s’accorse che Randi seguiva con attenzione il volo dei gabbiani che planavano sostenuti dal vento, o si gettavano in picchiata tra le onde.

La rondine per un po’ se ne stette tranquilla tra le mani del ragazzo, poi sembrò fosse presa da una smania incontrollabile, tanto che lui fu costretto a lasciarla.

Come presa da una frenesia, la rondinella cominciò a sbattere in modo convulso le ali, quella sana si muoveva ritmicamente, mentre quella posticcia faticava un po’.

«Brava piccola! Così! Vedrai che imparerai a volare! Continua così!» la incitava con il cuore colmo di entusiasmo.

Ce la farà! Vedrai, riuscirà a volare!

La voce gli era risuonata nella mente con il solito tono pacato.

Giangiò si volse e vide la gattina che li stava osservando. Lei socchiuse gli occhi incredibilmente azzurri, mentre ripeteva:

Ce la farà! Non aver timore!

In quel mentre, lo stridio dei gabbiani si fece più forte e più vicino. Il ragazzo si volse giusto in tempo per vedere che uno dei voraci volatili si era buttato in picchiata sulla scogliera, proprio sul punto dove si trovavano loro e, intuendo cosa stesse per accadere, si catapultò in difesa della rondine.

                                                             

                                            

I gabbiani erano nemici naturali delle rondini, essendo i   loro predatori.

Giangiò afferrò Randi mentre lei ignara del pericolo, scuoteva le ali saltellando in modo goffo. Se la strinse al petto, mentre ancora una volta il pensiero di Shila gli rimbalzò nella mente:

Non c’è alcun pericolo, credimi! La nostra Randi è al sicuro.

«Come fai a dirlo? Non lo sai che i gabbiani mangiano le rondini?»

Te lo ripeto ragazzo: non c’è nessun pericolo per la nostra piccola amica. Quegli uccelli sono perfettamente consapevoli che questa rondine potrebbe essere una delle ultime della sua specie. I cieli sono ormai privi dei loro voli giocosi e questi predatori se ne sono accorti. La vita di questa rondinella è sacra per loro, quanto lo è per noi, perché se morisse, sarebbe la fine anche per loro. La nostra Randi è al sicuro, fidati.

Giangiò aveva ascoltato sempre più stupito; il suo sguardo corse nervosamente al folto gruppo di gabbiani che si era radunato e volteggiava su di loro. Gli fecero l’impressione di volare in circolo come uno stormo di condor in attesa della vittima. Esitò ancora indeciso, non voleva lasciare Randi in loro balia.

Lasciala ragazzo! L’ordine era stato deciso e questa volta lui obbedì.

Ora spostati, e osserva mentre la natura cerca di rimediare all’errore commesso con questa rondinella.

Lo sguardo interrogativo di lui si perse; la sua attenzione venne attirata dal gabbiano che si era posato molto vicino alla rondine e la stava osservando attentamente.

Il volatile lanciò il suo richiamo allargando le ali in modo lento, Randi rispose con un verso che sembrava un pigolio. Il gabbiano iniziò una sorta di balletto sulle zampe, protendendo il corpo e allargando le ali.

Giangiò non capiva.

«Che sta facendo?» chiese sconcertato da quell’ atteggiamento.

Non capisci? Il gatto fece una pausa, poi con aria sorniona proseguì: La piccola Randi sta seguendo la sua prima lezione di volo!

Il ragazzo si commosse come non gli era mai successo nella sua vita.

 

                                                                

Dopo di allora, furono giorni intensi e sereni. Il gabbiano impartiva lezioni sistematiche, con la precisione di un professore in cattedra e Randi, seguendo gli insegnamenti, fece progressi impensabili solo poco tempo prima. La muscolatura del moncherino si rafforzò e i movimenti dell’ala artificiale, quella definitiva che nel frattempo gli era stata applicata, si sincronizzarono alla perfezione con quella naturale.

E venne infine il giorno che la rondine, seguendo l’esempio del suo maestro, spiccò il suo primo volo incerto, sotto lo sguardo attento e preoccupato di Giangiò, del padre di lui e del trio di esperti. Randi riuscì a librarsi sulle onde del mare, seguita dal grido entusiastico degli uomini.

Fu un momento veramente emozionante per il ragazzo, che seguì i primi goffi tentativi della giovane amica, con il fiato sospeso. A osservare quel primo volo, oltre lo stormo di gabbiani, numerose ochette del mare e germani reali.

Dopo vari tentennamenti e manovre un po’ troppo ardite, le ali della rondine acquisirono sempre più scioltezza, tanto che dopo pochi minuti, Randi aveva una padronanza del volo assoluta.

Guidata un po’ dall’innato istinto, e un po’ dagli altri volatili, si lasciò prendere dalla corrente ascensionale e planò nel cielo seguita dagli applausi scroscianti, come una vera reginetta ammirata da una piccola folla entusiasta.

Ma il destino era ancora in agguato, quando ormai Giangiò e gli altri stavano per tirare un sospiro di sollievo, il volo della rondine cominciò a diventare scoordinato e inefficace. Dal basso gli spettatori videro chiaramente la protesi cedere, cosicché l’ala artificiale si staccò dal  moncherino.  

                            

 

Il corpo della piccola rondine precipitò a peso morto nelle onde, fino ad affondare, sotto gli occhi atterriti di Giangiò, mentre un senso di amara impotenza e di sconfitta assaliva gli uomini presenti.

Ma non ci fu il tempo per recriminare, né di piangere, perché nello stesso momento accadde un fatto curioso: una delle ochette che aveva assistito alla scena, agì più lesta di tutti, e si tuffò tra i flutti, nello stesso punto dove era scomparso il corpo della rondine.

Giangiò era rimasto inebetito, non aveva voce per piangere o lamentarsi. Rimase a guardare le onde che avevano inghiottito il corpo della sua piccola amica; gli uomini stavano per rientrare ancora troppo sconvolti per poter discutere l’accaduto, mentre il padre del ragazzo, guardava impotente il dolore del suo figliolo. All’improvviso vide il volto del ragazzo illuminarsi, mentre con la voce un po’ rotta dall’ emozione esclamava:

«Guarda papà!» L’uomo si volse verso il punto indicatogli e quello che vide gli parve incredibile: dal becco dell’ochetta, pendeva il corpo della rondine.

L’ochetta aveva riportato Randi in superficie! Quindi, con pochi battiti d’ali, l’uccello tornò sulla scogliera e depose la piccola rondine un po’ frastornata dalla caduta, ma incolume, ai piedi del ragazzo. Giangiò se la strinse al petto commosso.

Dopo quei terribili momenti, gli uomini si diedero da fare per ricostruire una nuova protesi, più efficiente, ma soprattutto più sicura. La notizia di quel primo volo si propagò per tutto il mondo, e i migliori scienziati del pianeta offrirono la loro conoscenza, e la migliore tecnologia, mettendole al servizio del trio di scienziati.

In poco tempo venne costruito un nuovo arto e quando infine Randi si librò con l’ala nuova di zecca, andò tutto liscio come l’olio. Ma ormai si era a fine estate, era giunta l’ora, per le poche rondini rimaste, d’iniziare la migrazione verso lidi più caldi.                                           

Gli uomini riuscirono a contare poche decine di esemplari della specie, ma con Randi era nata una nuova speranza e forse col tempo i cieli primaverili di tutto il mondo si sarebbero allietati di garriti e voli giocosi.

Quel giorno Giangiò scese sulla scogliera per salutare la sua piccola amica, chiedendosi se l’avrebbe mai più rivista.

A salutarla una piccola folla di persone entusiaste.

«Evviva Randi!» fu il grido unanime «Evviva l’ancella della primavera!»

«Torna mia piccola amica. Io sarò qui ad aspettarti» riuscì a sussurrare tra le lacrime Giangiò.

Tornerà! Gli comunicò la gattina al suo fianco.

La rondine fece alcuni giri sulla scogliera con lo sguardo rivolto sul ragazzo, poi con un battito deciso d’ali si allontanò.

Randi tornò la primavera successiva, e anche per tanti anni dopo, seguita da un compagno e con lui quella stagione, mise su famiglia per ben due volte in una piccola buca situata lungo una parete del faro a strapiombo sul mare.


 

                                                                            


 


Fiaba di Vivì pubblicata sul sito Scrivere dal 22/04/2012



                                     

3 commenti:

  1. Sempre tantissima fantasia, e creatività, nei tuoi bellissimi racconti, che hanno come sfondo la natura.
    Un abbraccio, carissima Vivì,silvia

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  2. Anche questa favola è incantevole, insegna ai bimbi la solidarietà l'aiuto verso coloro che sono più deboli. Mi è molto piaciuta la storia della rondinella che, alla fine e, con l'aiuto di coloro che le volevano bene è riuscita a volare, anche se, con un'ala posticcia. Dolcissima e colma di fantasia, Bravissima Vivi. Un caro saluto da Grazia!

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